I primi 125 anni del PRI

Le lunghe radici del Partito Repubblicano Italiano affondano nel tempo fino al 21 Aprile 1895. Centoventicinque anni e non sentirli. Ma andiamo in ordine a riflettere sui valori che videro la nascita del Partito, quel Partito che aveva aperto un acceso dibattito fin dall’anno precedente nel 1894 quando il Partito Socialista si era organizzato a livello nazionale. Proprio nella terra di Romagna l’allora movimento mazziniano ebbe la forza di mettersi in gioco e lottare per darsi una propria organizzazione».

Racconta Eugenio Fusignani, vicesegretario vicario del PRI. «Era stato il forlivese Giuseppe Gaudenzi che fece da architetto per la costruzione del Partito Repubblicano e con forza e tenacia riuscì a coagulare le anime dei repubblicani romagnoli facendoli confluire in un’unica realtà associativa. Non senza difficoltà, proprio 125 anni fa, si ritrovarono uniti i mazziniani di Ravenna, Forlì, Cesena e Rimini. Era così nato il primo nucleo Partito Repubblicano. Iniziava quel laboratorio politico e sociale che traeva le sue origini dagli insegnamenti di Giuseppe Mazzini, quell’Apostolo della Libertà che aveva dedicato tutta la sua vita da esule per affrancare gli uomini dalle tirannie.
L’esperimento romagnolo varcò da subito i confini territoriali e fu da esempio in altre aree della penisola italiana, questo esempio venne emulato fin da subito in Toscana, in Liguria nella terra di Mazzini, nella zona di Ancona nelle Marche e nel Lazio.
Allora tutti i Repubblicani si erano dati una veste connotata dai forti colori del mazzinianesimo, una veste politica che naturalmente, in un’Italia monarchica, li poneva come leader delle forze politiche estremiste di sinistra al fianco dei Socialisti e dei movimenti Anarchici. Una casa comune in cui la convivenza non fu sempre serena che connotava un unico intento quello progressista in una società che andava velocemente trasformarsi. È in questa visione che la dottrina mazziniana trovava il suo spazio e che il Partito Repubblicano ha sempre portata avanti.
Un Partito che è sempre stato protagonista del suo tempo, nel bene e nel male, ma è con la lotta di liberazione ed il secondo dopoguerra che i repubblicani sono riusciti a donare alla nazione la propria visione. Restando sempre in area della sinistra parlamentare il Partito Repubblicano è sempre riuscito a dimostrare una propria coerenza in quelli che erano i temi principali e fondamentali dell’Italia post-bellica. Una storia che appartiene alla sinistra del Paese: da quella estrema fino al primo conflitto mondiale, a quella “Altra Sinistra” del secondo dopoguerra. E anche nella svolta centrista (non destra) di Randolfo Pacciardi fu dettata dalla necessità di rispettare gli equilibri che la guerra fredda imponeva. Inevitabile corre il ricordo a Ugo La Malfa che riuscì a dare una visione moderna al Partito Repubblicano riuscendo ad imporsi anche a livello nazionale nella sua visione politica ed economica, senza mai dimenticare la lezione di Mazzini. Anche quando la crisi interna spezzo l’unità di partito con la scelta di Pacciardi, questa fu una svolta da parte di Nuova Repubblica verso le aree moderate di centro dell’arco costituzionale. Dopotutto Pacciardi, antifascista ed anche lui costretto all’esilio durante la dittatura italiana, non poteva che essere un difensore dei valori democratici e repubblicani.
Ma la lezione che oggi cogliamo dagli ideali Repubblicani e Mazziniani è senza dubbi la visione internazionale. Già Mazzini aveva portato il suo pensiero e il suo sguardo ben oltre all’idea nazionale, generando quell’associazione che prese il nome di Giovine Europa. Non è forse questa la prima immagine di un’idea di fratellanza tra tutti i popoli europei? Non è forse questa l’idea che dovremmo avere anche in questi tempi?
Non è un caso che proprio i più europeisti si siano formati e siano usciti dalle idee repubblicane e mazziniane. La profonda connotazione europeista del nostro Partito ha avuto dei padri nobili; vorrei ricordare Giovanni Conti, Arcangelo Ghisleri, Oliviero Zuccarini e non ultimi lo stesso Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini. Proprio quest’ultimi vedevano nell’Europa non un contenitore puramente giuridico e amministrativo dell’intero continente, ma proiettavano in esso quell’idea di Unità Politica e di Ideali come li vedeva lo stesso Mazzini nella Giovine Europa.
Questa visione è oggi maggiormente rafforzata anche dalle vicende che quotidianamente ci toccano, le difficoltà che riscontriamo nell’unione Europea che rischiano di far da spalla alle spinte sovraniste così fortemente presenti in tutta Europa. Dunque serve una visione europeista anche per rafforzare il ruolo del disegno atlantico, messo in discussione proprio dall’America di Trump. Un ruolo che non può portate le singole nazioni a riconoscersi in una visione atlantista ma che deve al contrario vedere l’Europa politica tutta insieme poiché, riprendendo le tesi mai abbandonate di quel lungo dibattito che da I Ciampi, vide lo stesso Spadolini a tirarne le fila, e che delineava già negli anni ’80 un visione di atlantismo europeo.
Oggi come non mai c’è bisogno di recuperare quella visione culturale Repubblicana, visione dettata da grandi idee disegnate da Mazzini. Come potremmo avere un futuro senza un disegno, anche economicamente, la debolezza di questa Europa troverebbe ben poco spazio schiacciata da due colossi come gli Stati Uniti d’America e la Cina senza escludere la Russia; solo con una coscienza strutturata, lamalfiana e mazziniana l’Europa potrà trasformarsi in grande protagonista del mondo. Un mondo che richiede sempre più fortemente una forza economica e culturale. Quest’anno ricorrono anche i 160 anni de I Doveri dell’Uomo, l’opera che rappresenta la struttura portante della visione del mazzinianesimo repubblicano. Un’opera troppo spesso ignorata e, purtroppo, drammaticamente sconosciuta ai più, anche dentro il PRI. Eppure basterebbe solo quell’opera per capire come le tante bestiali interpretazioni di molti sedicenti repubblicani che girano sui social non appartengano alla cultura repubblicana. Quella cultura che va recuperata se si vuole tornare ad essere un partito e non un comitato elettorale con articolazioni periferiche che utilizzino un simulacro come simbolo in luogo di una solida formazione politica basata sulla condivisione dei valori comuni della cultura di provenienza. Quell’idea di partito, oggi, a 125 anni dalla sua nascita, sopravvive come federazioni strutturate solo a Ravenna, Cesena e Carrara. Nomi e numeri si possono sommare o sottrarre alla bisogna per asservirli ad un interesse di parte per quanto alto e nobile ma la sostanza politica non cambia e non cambierà. E quella sostanza si chiama cultura repubblicana e le strutture che la rappresentano. 125 anni di storia politica sono le nostre radici e al contempo il nostro futuro. Buon Compleanno PRI».