I contain moltitudes. Bob Dylan colpisce la seconda volta in due settimane

I Contain Moltitudes è il sorpendente nuovo singolo di Bob Dylan. Mr Zimmerman, dopo l’elegiaco Morder Most Full di due settimane fa in cui cantava omericamente la fine del mondo attraverso la metafora dell’omicidio di JFK, a mezzanotte dell’ultimo fine settimana ha lanciato un nuovo brano! All’improvviso. Come il precedente. Mentre stiamo ancora cercando di mettere a fuoco le cinque lunghe strofe di un poema di ben diciassette minuti eccoci colpiti alle spalle da una seconda coltellata. The First is The Deepest cantava Cat Stevens. Ma la seconda ti stronca, verrebbe da dire. Nessuna pietà. Il coltello affonda più forte. A differenza del precedente, questa è una canzone classica. Sembra uscita da album come Oh Mercy o come Time is Out of Mind. Dura poco più di quattro minuti e rispetta i canoni fondamentali della forma canzone. Strofa-ritornello-strofa-ritornello-bridge e replica dello schema. Del precedente ha l’essenzialità di una produzione che riecheggia gli arrangiamenti di Daniel Lanois. E anche in questo caso, però, il testo è zeppo di citazioni. Sua Bobbità stavolta prende spunto da un verso di Walt Whitman contenuto nella raccolta Leaves Of Grass, più precisamente da Song Of Myself. Sembra che Dylan abbia l’urgenza di farci riflettere sul mondo. Proprio adesso. Proprio in questi giorni terribili. Fatti di paura e di presagi. Di narrazioni apocalittiche e di peccati da scontare. Sua Bobbità avverte la necessità di ritornare a essere il poeta profetico dell’Apocalisse della Modernità. Quello, dicevamo solo pochi giorni fa, di Hard Rain ‘Gonna Fall. Cita Ludwig Van Beethoven e Fryderyk Chopin. La chiusura è il bridge finale “I play Beethoven’s sonatas, Chopin’s preludes/I contain moltitudes”. Ma è anche stavolta un puzzle di citazioni. Come se attraverso personaggi e figure ben salde e rappresentative del nostro immaginario collettivo occidentale volesse giocare lo steso gioco di Murder Most Full. In modo più classico. Seguendo i canoni della blues ballad, nei ponti un po’ jazzati stile Tin Pan Alley, il senso emerge dalla polivalenza semantica del pop. E allora si passa iconoclasticamente da Anne Frank a Indiana Jones. “I’m just like Anne Frank, like Indiana Jones/And them british bad boys, the Rolling Stones”. E Poi “I sing the songs of experience, like William Blake/I’ve got no apologie sto make/Everything ‘s flowing all at the same time/I live on a boulevard of crime”. O no?! Lo sentite il canto finale? Ogni rima è ben piazzata. Anche questa volta il senso passa attraverso le icone della nostra civiltà. Della nostra cultura. I fiori stanno morendo come tutte le altre cose. “Today and Tomorrow and yesterday too/The flowers are dying, like all things do…” . Per concludere “Get lost madam, get up off my knee/ Keep your mouth away from me/I’ll keep the path open, the path in my mind/I’ll see to it that there’s no love left behind”. Chiaro, no? “Sparisci, signora, va’ via dalle mie ginocchia, tieni la bocca lontana da me, lascerò libera la strada, la strada della mia testa, farò in modo che indietro non vi sia lasciato amore”. Sembra l’incipit di It ain’t me, babe. Per essere più chiari: “Che altro posso dirti? Dormo con la vita e la morte nello stesso letto”! E adesso? Ora che dobbiamo fare, Sua Bobbità?