Gian Luca Campagna: «Scrivo per evitare l’analfabetismo di ritorno»

«Quando mi chiedono perché scrivo, rispondo che: Scrivo e leggo per evitare il processo di analfabetismo di ritorno». Insomma, per Gian Luca Campagna scrivere è fare e far fare un bagno di senso. Prende cioè il lettore e lo immerge in una società costruita per finta, avendo la possibilità di mostrare e denunciare le cose che non vanno. « In questo modo, attraverso il lavoro della denuncia, i lettori non potranno più dire: Io non sapevo, perché i protagonisti dei miei romanzi sono pervasi da senso d’inquietudine ma anche dallo stato del desiderio e, soprattutto, sono tesi a una ricerca ontologica (oggettiva della Storia e soggettiva nelle piccole storie); poi provo a descrivere la realtà così com’è, senza filtri di linguaggio e con l’intensità dei sentimenti (certo, torna la sinestesia, ma anche la prosa di Hunter Thompson».

«Portare a spasso su un sidecar il lettore, non fissargli la cintura di sicurezza, senza casco, condurlo a centocinquanta chilometri orari in un altrove che non conosce, sorprenderlo anche nelle piccole soste, consentirgli di riflettere soltanto quando ha raggiunto la meta, emozionarlo pagina dopo pagina, svelando alla fine la più grande banalità dell’esistenza»

Certo, non può finire qui. Ci vuole una certa intimità spirituale, una ‘confidenza’ per così dire tra lo scrittore e il suo autore. Bisogna dar di gomito, ecco. Cioè far battute. Cioè incastrarlo nella narrazione, fare in modo di non poter smettere. Campagna è autore di tante cose, tutte intriganti a partire dal titolo, Molto prima del calcio di rigore, Finis Terrae, vincitore sezione emergenti al Premio Romiti e secondo al Giallo indipendente al Salone del Libro di Torino, il suo racconto Il lamento afono dell’anatra muta fa parte della raccolta Giallo di rigore (Giallo Mondadori 2016), e poi Il Profumo dell’ultimo tango, vincitore del premio giuria al Premio Barliario di Salerno. Da qualche mese è uscito il suo ultimo lavoro, L’estate del mirto selvatico.