L’Italia nella stretta della crisi duale

Il rischio maggiore e forse il più incombente che in questi giorni aleggia sull’Italia è di finire dritta in un  “cul-de-sac”, conseguente alla dinamica della crisi DUALE che si sta via via concretizzando nel Paese. La conseguenza che si sta sempre più materializzando è che il governo nazionale faccia la fine “dell’asino di Buridano”, che morì di fame per non essere stati in grado di scegliere cosa mangiare. Perché crisi duale? Perché tutti i fenomeni nazionali innescati da Covin 19 tendono continuamente a degenerare in una perniciosa dicotomia. Se osserviamo il dibattito in atto su come far ripartire il Paese nei tempi prossimi, sembra inesorabilmente che ci si vada ad incagliare nel dilemma se prioritaria la crisi sanitaria, o quella economica. Ma ciò discende dall’elementare constatazione che il problema non viene affrontato con il giusto metodo dell’analisi prima, e della programmazione poi; per poter sciogliere un dilemma che oggi potrebbe apparire  particolarmente intricato. Un saggio osservatore dei problemi istituzionali nazionali constatava in modo semplice ma efficace “non ci può essere benessere economico se non c’è salute; e nel contempo la salute si accompagna e necessita del benessere economico”. Ma la problematicità dell’attuale momento sociale non si esaurisce qui. Altrettanto nociva può diventare la tentazione di innescare una stupida contrapposizione tra il mondo della ricerca, della scienza e della competenza sanitaria, con quello imprenditoriale, della produzione industriale e dei servizi. Deve essere chiaro che senza un contesto affidabile della tutela della salute non sarà possibile garantire adeguatamente la continuità delle attività produttive. Ma c’è ancora un terzo delicato, e forse più inquietante elemento; e riguarda la diversificazione in atto del dato epidemiologico nazionale, con l’attuale ripartizione geografica duale tra il Nord del paese che è stato colpito in modo più consistente dall’epidemia, e che, anche se si proietta in netta evoluzione positiva, al momento ancora non sembra attestato su livelli di pericolosità di trasmissione dell’infezione compatibili con una ravvicinata prospettiva di normalizzazione; e quindi di minore intensità nei provvedimenti cautelari  necessari. Viceversa il Sud del Paese, che nella fase acuta ha registrato un impatto significativamente meno esteso, oggi evidenzia indicatori che potrebbero suggerire una positiva e tranquillizzante evoluzione dell’epidemia. Il governo, in questa situazione così complessa ed incalzante, deve fornire ai Cittadini un quadro di riferimento complessivo, e nel contempo chiaro ed articolato; non necessariamente indicando un giorno del calendario nel quale potrà scoccare l’ora X dell’inizio del tanto auspicato avvio della Fase 2, ma esplicitando un percorso di tappe intermedie, con puntuale verifica dei risultati via via conseguiti; ed a conclusione di questo iter diventa consequenziale il proseguimento naturale e fisiologico per il ripristino delle condizioni di operatività del sistema produttivo. Un’ ultima riflessione: certamente un allungamento di UNA SETTIMANA nell’iter di accostamento alla normalità del processo produttivo non produrrà un danno grave ed irreparabile; mentre una anticipazione nei tempi e nelle entità della gestione del contrasto al virus può provocare effetti devastanti dal punto di vista sociale ed economico. Ovviamente è il Parlamento la sede nella quale il governo deve presentare i suoi programmi; e non attraverso altre occasioni e strumenti  non istituzionali. Solo così operando il governo può rendere efficace e fecondo il dialogo con il Paese.