Quando la paura della morte non ci lascia vivere

Una notizia che uno preferirebbe non dare. E per fortuna ne hanno parlato praticamente tutti, togliendoci dall’impaccio di dover informare noi. Non vogliamo informare. Vogliamo unirci al dolore di aver perso uno scrittore come Luis Sepúlveda. Perché quando muore un pezzo di letteratura, muoiono le nostre parole. L’ombra di quel che eravamo, e i romanzi hanno messo in piedi invenzioni possibili in cui in qualche modo ci siamo trovati. Ci hanno prestato le parole perché ci abitassero le emozioni nostre. Così un lutto nelle parole è perché non riusciamo più a dire. Ci resta una speranza, è importante parlare di speranza. La speranza è che le opere sono immortali. Può morire l’operaio, al massimo. Ma il raccontare va avanti fino a quando ci sarà qualcuno disposto all’ascolto.

«Forse non sa volare con ali d’uccello, ma ad ascoltarlo ho sempre pensato che voli con le  parole» (Luis Sepúlveda)

Ma il Coronavirus ci ha ormai insegnato che non ci sono solo le parole. Anzi. Ci sono i numeri. Ce li ricorda Il Sole 24 Ore. «La possibilità di radunare per l’emergenza i “10-11 miliardi di fondi europei” non spesi, che il viceministro all’Economia Antonio Misiani è tornato a evocare, rappresenta l’unica decisione della commissione Ue in grado di incidere direttamente sul cantiere del decreto Aprile. Cantiere che però viaggia in parallelo con il complicato negoziato sulla linea Roma-Bruxelles, perché impone uno “scostamento molto consistente” (parole sempre di Misiani) rispetto al deficit già ritoccato poche settimane fa per fare spazio al decreto Marzo.

E la leva delicata del deficit ha bisogno dell’autorizzazione parlamentare ma anche di una prospettiva sul terreno europeo rispetto al preaccordo della settimana scorsa circondato dalle minacce italiane di mancata firma se non arrivano rassicurazioni sugli Eurobond».

«Dal ministero dell’Economia non filtrano cifre ufficiali, che in base al metodo chiesto dal titolare dei conti Roberto Gualtieri dovranno seguire e non precedere la definizione puntuale delle misure. Ma le ipotesi parlano ormai di un disavanzo aggiuntivo non inferiore al 2%, su cui poggiare un provvedimento che non potrà valere meno di 60 miliardi. Una decisione di questo tipo porterebbe il deficit ufficiale italiano intorno al 5,3%, in un calcolo però solo teorico perché non tiene conto degli effetti della recessione. Ma anche su questo i primi numeri non si dovrebbero far attendere molto. Perché il Def è slittato ma dovrebbe comunque vedere la luce per la fine del mese e difficilmente nelle sue tabelle il disavanzo di quest’anno potrà fermarsi sotto il 7-8 per cento».


Di tutto questo (e di molto di più) abbiamo parlato nell’intervista odierna a Michele Polini, segretario dell’unione romana del Pri.

Ascolta l’intervista