Etica del governo. La lezione di Amartya Sen nell’epoca del Covid

Questa vuole essere solo una sollecitazione, un consiglio alla lettura. Siamo entrati inequivocabilmente in una nuova e inedita “era politica” (perdonate l’usurata espressione), un’epoca in cui occorre rimettersi umilmente in discussione e riposizionare antiche abitudini. È altresì vero che proprio in questo momento si tenda a vivere gli accadimenti con un deciso tasso di radicalizzazione (il che non implica la “radicalità”). Si tende a affermare se stessi battendo i piedi per terra o “i pugni sul tavolo” sperando che solo così si possa salvare la propria identità in un mondo che cambia così velocemente da non poter essere decodificato. Allora sarebbe il caso di governare il cambiamento. Per farlo occorrerebbe un salto di qualità. E l’abbandono di atteggiamenti estremi. Abbiamo in passato peccato, e molto, di presunzione. “L’approprazione indebita dell’idea di democrazia”, la definisce Amartya Sen. Suggerendoci invece di esplorare e sviluppare quegli aspetti della democrazia che sono valori condivisi dalla storia dell’umanità intera. Valori che sono universali perché attingono ai bisogni dell’umano. Spesso, ormai, si scivola verso un rossobrunismo pericolosissimo. Dove il confine tra le classiche categorie politiche si offusca non nell’equilibrio ma alle estreme. Emerge un atteggiamento di accettazione e passività diffuso che si accompagna a un rifiuto della cultura democratica tout-court travolgendo anche i diritti umani in nome di una sorta di “messianismo” premoderno. E questo accade anche dalle nostre parti. Magari dimenticando l’approdo di un “new deal” roosveltiano e la traiettoria della storia tutta del keynesismo, oggi quanto mai attuale. Occorre una profonda riforma del capitalismo e la necessità di un’azione politica capace di coniugare la società capitalista con la giustizia sociale. Questo percorso, in passato, ha portato alla costruzione di culture politiche capaci di dar vita a sistemi di welfare in tutta l’Europa centro-settentrionale in primis. Certo, dicevamo, tutto è cambiato. Ma ricordiamoci che ciò è accaduto all’interno di una cornice istituzionale di stampo marcatamente democratico-liberale. Keynes, ok… ma diciamo soprattutto Beveridge. Oggi si tende a attaccare tutto il sistema che invece è un caleidoscopio in perenne movimento. L’attacco è frontale e senza pietà. Dai diritti civili e umani alla libertà di stampa fino ad arrivare all’annientamento stesso delle istituzioni democratiche e repubblicane. E qua attenzione! Pericolosi segnali stanno emergendo in modo strategico nel governare la pandemia del Covid-19  nel nostro Paese. Quanto costerà questo lockdown civile?! Si oscilla tra scientismo acritico e superstizione sciamanica. Si delegano decisione fondamentali a comitati speciali senza passare per il Parlamento. Si va di decreto in decreto giocando sulla paura. In fondo è sempre stato così. Manca poco per arrivare alla cosiddetta “democrazia illiberale”. Quindi stiamo molto attenti e muoviamoci con i piedi di piombo. Può essere quindi utile andarsi a rileggere, e con piacere, il lavoro di economisti e studiosi come Amartya Sen, già Premio Nobel per l’Economia. In saggi come “La Democrazia degli Altri”, “Sviluppo è Libertà”, “Identità e Violenza”, “La Libertà Individuale come Impegno Sociale” o “Etica ed Economia” è possibile trovare una delle chiavi per iniziare a interpretare le urgenze che si sono drammaticamente affacciate contemporaneamente alla globalizzazione. Amartya Sen inizia i suoi studi analizzando le dinamiche all’interno dei Paesi in via di sviluppo e che oggi sono grandi superpotenze economiche. Pone in evidenza gli squilibri ma la sua lucidità non perde di vista il metodo con il quale è possibile governare i grandi cambiamenti epocali e l’enormità ormai esiziale delle grandi sfide che stiamo vivendo. Il suo approccio analitico svela anche il suggerimento di una possibilità. E come in un vasto, improvviso spezzarsi di iceberg, si apre un mare di nuova cultura fra le sponde opposte del pensiero occidentale. Abbandonando i cascami di vecchie liturgie e clichè , animato da una fede (nella cultura) che smuove le montagne, Sen si è prefisso di conciliare ciò che fino a oggi è parso inconciliabile. Ma i tempi sono questi. Bisogna essere all’altezza di azzardare e rilanciare quello che una volta avremmo definito una sorta di “new-globalismo ecocompatibile” tutto interno però alla società occidentale (che pare alle corde) per garantire la difesa di quelle libertà senza le quali non potranno esserci strumenti per difendere i diritti sociali che vanno, sì, rilanciati, ma con la consapevolezza di utilizzare nuovi paradigmi perché le antiche sintassi sono esplose e ancora non abbiamo parole per dar vita a un nuovo lessico per comunicare i nuovi needing. Difendere le libertà individuali in un gravissimo e inedito momento di passaggio caratterizzato, adesso ma domani potrebbe essere altro, da un’emergenza sanitaria che pare aver preso a modello proprio uno di quei Paesi che Sen osserva nella sua espansione economica e valutando la compressione esplicita dei diritti umani, la Cina. O rilanciamo la sfida senza voltarci indietro o le nostre società si polverizzeranno nel brevissimo periodo. Attenzione alle sirene facili. Non possiamo permettercelo. Già in questi giorni si gioca il nostro futuro come Paese europeo. Anzi, è in pericolo e mostra i suoi limiti la stessa Unione Europea, forse non all’altezza della sua “missione”. Francamente si odono  ticchettii sinistri.