Il liberalismo europeista e meridionalista di Guido Cortese

Napoli è sempre stata una città bastarda. Una città di incroci. Una città meticcia. Walter Benjamin la definì “Città Porosa”. Fucina di grandi fiammate libertarie e di altrettanti istinti plebei e reazionari. Eppure la città dove nascono i masanielli è stata la madre di grandi figure riformiste che molto hanno dato all’Italia e anche al sogno europeo. Oggi ci viene in mente la figura di Guido Cortese. Nato nel 1908 e immediatamente affascinato dal rapporto tra economia e diritti. Avvocato penalista e esperto economista, la sua visione del liberalismo era, ovviamente, tutta declinata all’emancipazione dell’umano. Il suo nome, accanto a quello di Francesco Compagna, e il suo contributo per la ricostruzione di un Paese distrutto dalle macerie di una guerra e di una dittatura durata vent’anni non poteva che partire da Napoli e non poteva non guardare a un’Europa atlantica e federale. Fu eletto alla Costituente per Unione Democratica Nazionale e fu più volte eletto consigliere comunale della sua città. Agli inizi degli anni’50 fu Vice Segretario Nazionale del Partito Liberale Italiano e quindi deputato nella II, nella III, e nella IV legislatura. Mentre l’altro grandissimo esponente del liberalismo europeista e meridionalista Francesco Compagna uscì da sinistra dal partito diventando una figura di spicco del Partito Repubblicano, Cortese proseguì il suo impegno nel PLI. “Le idee vanno oltre i confini dei partiti” afferma oggi Guido Compagna, socialista e figlio di Francesco e fratello di un altro liberale-repubblicano partenopeo, Luigi. Guido Cortese fu di lì a poco Sottosegretario alle Finanze nel Governo Scelba e Ministro dell’Industria nel Governo Segni. Memorabili sono i suoi spunti regolarmente pubblicati su Il Giornale. Attualissimi e assolutamente da rileggere in un momento come questo. Riflessioni che parlano di un Paese da ricostruire. Di una società da rimettere in movimento. Un’economia da reinventare e di un Mezzogiorno che deve assolutamente liberarsi dalle catene di un assistenzialismo spesso predatorio e di ostacolo allo sviluppo. La sua concezione della politica come risoluzione dei problemi del Paese attraverso il rispetto delle libertà non poteva non essere l’antitesi del totalitarismo. Il suo giudizio sul fascismo è ovviamente durissimo. Questo nasceva dalla sua insofferenza alla retorica, alla superficialità, al populismo, ai luoghi comuni, alle semplificazioni. Non esistono soluzioni facili nelle società complesse. Inaccettabile e inconcepibile per lui è la violenza con cui i regimi dittatoriali impongono il proprio disegno politico ai (contro) i cittadini. Magari proprio attraverso una proposta politica tesa alla massima semplificazione consolatoria dopo momenti terribili di crisi. Una lezione che sembra prefigurare il nostro presente. La dittatura come contrario del ragionamento, del libero pensiero. Il fascismo come abbrutimento della civiltà e dello Stato. Ma anche, of course, fermamente anticomunista. «Cosa ci divide dal comunismo? Taluni abissi-rispose un grande socialista. Le ideologie, i programmi politici, le dottrine economiche distinguono o accomunano, contrappongono o avvicinano gli uomini e i partiti nella lotta politica; dai comunisti si è divisi da qualcosa che supera che supera il contrasto ideologico, il dissenso programmatico. La frontiera è un abisso. Di qua la vita che ha per centro la persona umana. Di là la disumanizzazione», scriveva proprio su Il Giornale. Il comunismo si combatte rifiutando soluzioni taumaturgiche, non deve esistere il culto della Personalità. Ma lo strumento deve essere una seria, rigorosa e decisa azione politica che punti al progresso sociale, che miri a correggere gli squilibri, promuovere una corretta redistribuzione del reddito e una diffusione della cultura. Per lui la giustizia senza la libertà avrebbe inaugurato la tirannia. I diritti civili e individuali sono insopprimibili. Di formazione crociana, attento alla dimensione meta politica del liberalismo, la sua scommessa liberale fu il tentativo di costruzione di una “nuova civiltà” del Mezzogiorno d’Italia, di una nuova e consapevole società civile, di un ricco e complesso ceto medio. Un progetto politico che avrebbe dovuto aspirare a condurre le masse degli esclusi del vecchio Stano-Nazione in un nuovo Stato moderno, avanzato e in linea con gli altri Paesi europei. Uno Stato capace di assicurare sviluppo, efficienza e servizi sociali. Crescita e welfare. Ecco la lezione amendoliana della Patria del Popolo contro l’idea di Stato dell’avventurismo di matrice fascista. Ecco anche chiara la sua visione di un liberalismo diverso da quello di matrice austriaca, quello che definiremmo liberismo. Ma anche un liberalismo che vede l’economia aperta di mercato incontrarsi con lo Stato regolatore piuttosto invece dello Stato interventista. E la funzione del liberalismo supera i confini nazionali perché si possa vivere nella pace affinché liberi. Sullo sfondo la domanda sui cui oggi ci interroghiamo. Ci può essere un welfare europeo? La risposta è assertiva. «Ci deve essere». Come? Attraverso un progetto di unione di carattere federale. E sempre lì ritorniamo…