La paura uccide la democrazia

Scordiamoci per un momento il virus e pensiamo bene a cosa ci sta succedendo.
Siamo costretti a rimanere segregati in casa. A subire controlli e verifiche, con le forze dell’ordine schierate nei posti di blocco. A giustificare alle autorità ogni nostro spostamento. In qualche caso a perdere il lavoro, chiudere un’attività, ridimensionare il futuro delle nostre vite. Come se non bastasse c’è chi parla, per il domani più prossimo, di scandagliare i nostri movimenti a ritroso, ricostruire la filiera dei nostri contatti, di usare i droni come radar, di attivare app intrusive. Insomma di consegnare allo Stato il pieno controllo delle nostre azioni. Con la tutela sempre più ipocrita di un diritto alla privacy ridotto ormai a opaco brandello poggiato sulle nostre nudità.
Tutto questo per decisione arbitraria di un governo che agisce a piu riprese con provvedimenti eccezionalissimi (i DPCM) sottratti (a differenza dei decreti legge) non solo alla discussione parlamentare, ma perfino al vaglio preventivo del Capo dello Stato.
Se a imporre tutto questo fosse il Berlusconi di ieri, il Salvini di oggi, un eccentrico Renzi o magari un nostalgico del fascismo, sarebbero in tanti a protestare e a disobbedire, virus o non virus, gridando al regime autoritario, evocando la dittatura. Ma il fatto che a farlo sia invece un educato signore dal piglio paterno, accorto e delicato nell’uso del verbo, non toglie nulla alla sostanza delle cose.
Ci stiamo abituando alle restrizioni, stiamo esibendo la nostra soggezione alla paura. Peggio ancora, stiamo dimostrando tutta la vulnerabilità e reversibilità dei nostri valori fondanti: la democrazia e la libertà.
Si dirà che è per poco, è per fare fronte a una questione di vita o di morte.
Che sia per tanto o per poco non ha importanza. Abbiamo rotto un tabù, abbiamo creato un precedente, abbiamo normalizzato l’impensabile. E queste, per i malintenzionati che costruiscono la propria ascesa politica sulle paure della gente, sono “prove tecniche”, conferme pratiche, appunti per il futuro.
Quanto alla questione di vita o di morte, è proprio questo il punto. Tralasciamo qui la discussione se sia davvero, in assoluto, in gioco la vita di tutti (e quindi la discussione sul tipo di provvedimenti da adottare). E tralasciamo anche la questione socio-economica che pure ha risvolti molto pesanti in tema di vita o di morte.
Il punto vero è proprio questo. Quanto contano, quanto devono contare la salute, la sicurezza, nella scala dei nostri valori? Io dico “molto”. Molto però non vuol dire tutto.
Perché se valessero veramente tutto non avremmo avuto le rivoluzioni, le guerre giuste, gli atti di eroismo collettivo e individuale, la solidarietà più grande.
Se la tutela della vita propria fosse in cima a ogni cosa, non avremmo avuto l’unità d’Italia, la lotta di liberazione, i sacrifici dell’antimafia e della battaglia contro il terrorismo.
Ci sono valori che per essere difesi hanno chiesto, chiedono e chiederanno sempre il sacrificio di vite umane. Democrazia e libertà sono valori non mutuabili e non barattabili, se ci crediamo davvero.
Dunque, di fronte a un problema così invasivo, come quello che ha investito l’umanità, i governi democratici agiscano in tutti i modi per loro accettabili, con il rispetto e la cura dei principi democratici. La Svizzera e il Giappone, ad esempio, non hanno imposto, ma hanno convinto il loro popolo a restare a casa. Tollerando un margine di rischio, senza rinunciare alla libera scelta.
Non è cosa facile, non è esportabile, ogni realtà è diversa e vive le proprie complessità, ma una cosa è sotto gli occhi di tutti: viviamo una condizione imposta di assoluto regresso liberticida. È bene esserne sempre coscienti.
Un’amica ha recentemente scritto di preferire “morire da viva che vivere da morta”. Se siamo capaci di sacrificare sull’altare della vita anche i nostri principi più alti, viviamo da morti.