Il caso Libia. Un dossier sempre aperto. La politica estera ai tempi del Covid-19

I drammatici fatti di quest’ultimi due mesi di vita italiana hanno fatto scivolare in second’ordine altri temi, pur fondamentali per il nostro paese. Uno di questi è senza dubbio la Libia. Lo Stato nord africano ha un’importanza essenziale per i nostri interessi nazionali, leggasi immigrazione e risorse energetiche. La storia è, ormai, nota. Nel 2011 con la morte del ràis Gheddafi, il territorio libico è diventato un campo di battaglia per  la conquista da parte di molteplici attori locali, e internazionali.

Sul fronte interno, registriamo che l’azione del Governo di Accordo Nazionale guidato dal leader politico Al-Sarraj è fortemente contrastata dalle iniziative militari  dell’Esercito Nazionale Libico del Generale Haftar.  Tale azione di contrasto ha raggiunto il suo acme il 4 aprile del 2019, allorquando l’ Esercito guidato dal generale Haftar ha avviato una forte offensiva militare, prima nel Fezzan, e poi in Tripolitania e nell’area della c.d. “grande Tripoli”. 

Questo ha accentuato le diverse linee di faglia presenti nel Paese, che possiamo così riassumere: 

  • Quello interno di tipo politico-ideologico, che vede il confronto tra il polo Tripoli-Misurata e le forze di Haftar; 
  • Quello, sottotraccia, di milizie, clan e tribù alla ricerca di propri spazi di manovra anche al di là delle rispettive affiliazioni; 
  • Quello regionale e internazionale, rivelatosi prevalente, in cui i riflessi dello scontro intra-sunnita hanno disegnato i contorni di uno dei più classici esempi di guerra per procura dei nostri giorni, che nei fatti determina una vera e propria internazionalizzazione del conflitto.

È nota, infatti,  la presenza in Libia di attori internazionali come Francia, Russia, Turchia, Italia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, ai quali vanno aggiunte le vistose proiezioni della Cina nella zona ed un sostanziale disimpegno americano nell’area.

La Libia, quindi, appare come un puzzle dall’improbabile composizione.  La frammentazione è talmente elevata che, ad oggi, ogni azione diplomatica messa in campo nulla ha sortito. L’ultima in ordine temporale è stata la Conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso.

A margine della riunione le parti libiche hanno sottoscritto una tregua alle ostilità. Tregua che però ha quasi subito evidenziato segnali di cedimento.La Conferenza ha visto la partecipazione di un elevato numero di paesi. Ciò evidenzia che la Libia ha assunto un elevato valore strategico nel quadro internazionale.

In questa cornice, il nostro paese ha scelto per un’azione politico- diplomatica in un’ottica di ricomposizione inclusiva della crisi, atta a prevenire proiezioni terroristiche, a contrastare le strategie criminali che sfruttano la spinta migratoria, ma soprattutto a tutelare interessi e assetti nazionali presenti nel Paese.

La nostra scelta appare, quindi, chiara.  L’Italia predilige la via dell’accordo diplomatico con tutte le parti coinvolte.  I nostri interessi strategici presenti nell’area sono enormi, e ci siamo già esposti appoggiando il Governo di Al- Sarraj, ed evitiamo, quindi, di creare nuove frizioni in un’area già di per sé molto “calda”.

Ad oggi la situazione in Libia vede uno stallo tra le forze in lotta.  Ciò si deve all’azione degli attori internazionali presenti in loco diretta alla realizzazione di un cessate il fuoco e un ritorno al dialogo. La tregua così raggiunta potrebbe favorire migliori e più proficue azioni di negoziato, che si spera possano avere miglior sorte rispetto a quelle sin qui realizzate. Speriamo. 

Sul tema Libia e la politica estera italiana, abbiamo intervistato Francesco Gallo, presidente dell’Associazione A stile libero.

Ascolta l’intervista