Giovanni Spadolini e la stabilità dei governi

«La stabilità dei governi è una condizione rimessa integralmente alle forze politiche e alla loro capacità di costruire formule di governo con contenuti programmatici certi e con sostegni parlamentari leali. Sono parole di Ugo La Malfa. Guai a chi identificasse nei congegni, anche se inattuati, del sistema costituzionale i vizi e i difetti che appartengono alla responsabilità storica e operativa delle maggiori forze che hanno governato e non governato il Paese. La Costituzione è un tutto unico pur nei suoi equilibri e nei suoi contrappesi, è un meccanismo che obbedisce a una certa logica, a una logica, diciamo così, complessiva. Si fonda su taluni punti fondamentali che non possono essere separati né scomposti. È Repubblica parlamentare e non Repubblica presidenziale, pur avendo noi sempre riconosciuto il diritto, che risale alle posizioni del Partito d’Azione alla Costituente, di battersi per un diverso schema cui non crediamo, pur avendo affidato al capo dello Stato poteri ignoti alle costituzioni parlamentari pure (si ricordi che la quarta Repubblica francese faceva dipendere l’inizio della vita di un governo dal voto dell’assemblea e non, come in Italia, dal giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica). È ispirata alla filosofia dell’autonomismo, come correttivo del centralismo monarchico, ma non federale, ecco perché non credo al Senato come Camera delle Regioni in un Paese unitario dove le Regioni costituiscono un potere dello Stato, sia pure decentrato, non tanti Stati come nella Repubblica Federale Tedesca. È una Costituzione rigida, appartiene cioè al novero della carte in cui la norma costituzionale prevale sulla norma ordinaria. È infine fondata sul sistema di pluralismo politico e culturale che porta con sé il proporzionalismo, ed ecco perché noi ci dichiariamo contro ogni riforma elettorale anche surrettizia. La storia italiana, diceva Croce, è complessa e complicata, la nostra geografia parlamentare riflette un complesso di ispirazioni ideali e di correnti politiche che coincidono con determinate parti del tessuto sociale. Il sistema proporzionale è il più adatto a tale realtà. Semmai la nostra legge elettorale deve essere riveduta in senso più proporzionalistico […]. Quanto agli apparentamenti dei partiti, essi non possono certo essere imposti o realizzati per decreto legge […]. Se non vogliamo che le forze di minoranza, sale della nostra storia e fermento della nostra costante revisione e modernizzazione, siano ingiustamente penalizzate, la legge elettorale non va modificata se non nel senso di correggere le sperequazioni antiproporzionaliste che ancora conserva». Giovanni Spadolini al XXXIV Congresso del PRI – Roma, 22 maggio 1981