Tengo famiglia!

I nodi sono arrivati al pettine! C’è stato bisogno di un terremoto come il Covid per farcelo finalmente capire! E va bene! Lo sappiamo. L’Italia è il Paese dei raccomandati e dei “tengo famiglia!”. Ormai siamo così abituati a sentircelo dire che quasi non ci fa più impressione. Ma c’è un però. E questo ‘però’ è grande quanto una casa. Purtroppo questi non sono luoghi comuni, ma la amara verità. E noi ne siamo vittime e complici allo stesso tempo. Fate caso agli organigrammi dei docenti di una facoltà universitaria, per esempio. La questione è imbarazzante. Si tratta di semplici omonimie? Lo spero, ma purtroppo non credo. Se andate a vedere la facoltà di Economia o di Giurisprudenza esistono vere e proprie dinastie che si tramandano cattedre come fossero beni di famiglia. Di famiglia, appunto. Se andate a vedere Asl e Policlinici la questione è pure peggiore. Lì abbiamo a che fare con veri e propri feudi. Ebbene sì. In certi posti non solo la Repubblica (non parlo ovviamente del giornale) è come non fosse mai esistita, ma vige davvero un sistema ereditario monarchico che si allarga fino a comprendere non solo figli, ma pure mogli, amanti e cognati. Si obietterà “che c’entra la scienza noi ce l’abbiamo nel sangue. Ce la trasmettiamo da padre in figlio, il resto sono solo coincidenze…”.

Ok. Facciamo finta che sia così. Ma non mi risulta che la scienza, ammesso e non concesso che il talento lo si possa ereditare, possa tramandarsi non solo verticalmente ma pure orizzontalmente!

Mi spiego, caro prof di chirurgia del batacchio, cosa diavolo c’entra la tua amante con la cattedra che ricopre. Sei riuscito a tramandarle il talento e la sapienza per via telepatica? Oppure basta incontrarti e la contagi con il tuo sapere al punto da farle vincere tutti i concorsi che l’hanno portata a ricoprire quel determinato incarico. Perché, in questo caso, ci devi insegnare pure a noi come fare!

Fuori dallo scherzo, è proprio nei momenti come quello che stiamo attraversando che questo sistema rivela quanto drammatico e immorale sia il nepotismo italico. Allora occorre ribadire che ‘meritocrazia’ è un termine che in Italia va imposto nel vocabolario comune. Sembra quasi che i dizionari si rifiutino di ospitarlo!

Eppure non usciremo mai dallo stallo in cui ci ritroviamo se non affrontiamo la questione di petto.

La meritocrazia è un concetto che va inteso come modello di vita, qualsiasi sia il lavoro che intendi fare o che fai. Aiutare i più deboli ma premiare i meritevoli. Un’ovvietà. Un luogo comune. Un detto antico da vecchi liberal…

Ma come fare? Come scardinare questa mentalità che fa del nostro paese il fanalino di coda per quanto riguarda ricerca e produttività? Innanzitutto rendendo il lavoratore obbligato a costanti verifiche di produttività, iniziando proprio dai cattedratici fino a terminare con l’ultimo dei magistrati. Non esiste più il posto a tempo indeterminato neanche per queste categorie che continuano a comportarsi come se il mondo non fosse cambiato e se anche lo fosse a loro non toccherebbe cambiare nulla perché chi oserebbe mai mettere mano a una riforma che toccasse i loro privilegi?

Ci dispiace per loro. Ma i tempi davvero sono cambiati. Eccome se sono cambiati. Adesso è il tempo dell’efficienza! E il vecchio sistema su cui si sono rette certe caste davvero non regge più. Prima o poi bisognerà portare fino in fondo la questione… e poi andiamo avanti fino a rivoltare come un calzino le baronie che si nascondono tra università e Asl.

C’è molto da fare. Ma lo si deve fare subito per poter dare una chance ai nostri figli.

Solo a quel punto il termine ‘meritocrazia’ entrerà di diritto nei dizionari italiani.