I cani di Pavlov e il decreto liquidità

Noi italiani amiamo dividerci, è risaputo, guelfi e ghibellini, Coppi e Bartali e così via… in questa fase di lookdown siamo stati particolarmente coinvolti in dispute di varia natura, sui social abbiamo addirittura visto persone che, nella migliore delle ipotesi, hanno incontrato il concetto di virus e batterio sui libri delle scuole superiori e lì lo hanno lasciato dividersi in partiti a favore di questo o quel virologo, discettare di tamponi, prelievi e quant’altro. Se neanche la scienza medica resta immune dal desiderio insito nei nostri concittadini di parteggiare per una qualche fazione quale speranza poteva avere la politica economica? Così questa mattina all’alba quando è stato pubblicato il decreto liquidità alle imprese, o più propriamente il Decreto Legge n. 23 – 8 aprile 2020, si erano già costituti schieramenti con idee molto precise in merito a funzionamento ed efficacia del provvedimento.

Il decreto in realtà disciplina una serie di materie complesse: gli adempimenti per le imprese in perdita o che siano già in stato crisi e rischino di incorrere in procedure fallimentari, la semplificazione di alcuni adempimenti, la questione tutt’altro che secondaria della cosiddetta golden power, uno strumento che consentirà al governo di avere l’ultima parola sulle politiche industriali in quei settori che verranno ritenuti strategici per l’interesse pubblico. Il cuore della norma sono però indubbiamente le misure che riguardano l’accesso al credito per le PMI.

La norma delinea un percorso in cui lo Stato progressivamente riacquista un ruolo forte nel gioco economico, non sarebbe più esclusivamente un regolatore ma parte attiva, del resto il Governo ha dichiarato in modo esplicito che questi provvedimenti si inseriscono nella cornice strategica di dare all’Italia una nuova IRI, probabilmente questo non felicissimo termine di paragone ha contributo a scatenare il riflesso pavloviano di alcuni economisti e giornalisti che oggi su Repubblica promuovono un appello per “ evitare la pandemia statalista”, riproponendo il tema del moral hazard, il rischio morale, gli operatori economici sarebbero stimolati ad assumere comportamenti rischiosi avendo la certezza di essere tutelati dall’intervento dello stato, insomma il buon vecchio adagio profitti privati e perdite pubbliche. Intendiamoci: obiezioni e ragionamenti tutt’altro che infondati e che in una diversa fase il governo dovrebbe valutare con grande serietà, ma ci permettiamo, sommessamente, di osservare che la congiuntura straordinaria che stiamo vivendo richiede politiche eccezionali e che l’effetto recessivo del lookdown non si esaurirà con il lento e progressivo ritorno alla normalità. Le politiche per favorire l’acceso al credito adottate dal governo sono in linea con quelle scelte da tutti gli altri partner europei, il tema è semmai che sono state adottate tardivamente.

La discussione questa mattina, al di là della fisiologica dialettica fra governo ed opposizione, è stata di tenore bellico e storico, si è disputato infatti se il Presidente Conte si sia armato di un bazooka anticrisi dotato di un  taumaturgico effetto salvifico sulla nostra economia o piuttosto se non si tratti dei soliti aerei di Mussolini, insomma il Governo avrebbe fatto il giocoliere riproponendo risorse già esistenti ed attribuendogli, con una certa enfasi propagandistica, la possibilità di garantire l’erogazione di 400 miliardi.

Come talvolta accade tutte e due le posizioni hanno una parte di ragione, diremo più propriamente si fondano su una visione parziale di un elemento reale, in effetti il decreto sistematizza alcune risorse già dedicate e le inserisce nel quadro degli interventi del decreto, il Governo ha però precisato che in questa fase non ha ritenuto di stanziare l’intero fabbisogno, il Fondo di Garanzia viene dotato di un miliardo, successivamente arriveranno le altre risorse. L’Esecutivo ha scelto di portare in Parlamento lo sforamento del deficit necessario a stanziare l’intero fabbisogno, il che è istituzionalmente e politicamente corretto, il plafond complessivo sarà di trenta miliardi, che grazie all’effetto leva consentiranno un moltiplicatore che permetterà l’erogazione da parte del sistema bancario dei 400 miliardi annunciati.

Il tema vero, come ha opportunamente sottolineato il Presidente di Confindustria Vincenza Boccia, sono le procedure attuative, preoccupazione fondata considerando che questa mattina l’ABI ha emanato una circolare chiedendo alle banche di predisporre nei tempi più rapidi possibili delle linee operative per rendere l’istruttoria delle pratiche più veloce possibile. Se il Fondo Centrale di Garanzia e Sace non si doteranno di un iter efficiente e rapido si rischia concretamente che per molte imprese la garanzia pubblica nella sostanza  sia inutile, certo le 48 ore della Svizzera sembrano utopia ma i tempi ordinari di MCC sono eccessivi rispetto alla situazione, quindi è sul terreno operativo che si gioca la partita, al momento però è francamente presto per esprimere una valutazione, vedremo nei prossimi gironi, auspicabilmente nelle prossime ore, come verrà organizzato il sistema.

Si sta trascurando invece il reale impatto che le politiche di acceso al credito normate dal decreto potranno avere sulla microimpresa, specie nei settori dell’artigianato e del commercio di prossimità, in particolare il commercio al dettaglio è sin ora rimasto privo di interventi di welfare, oltre a non aver prodotto ricavi a marzo ha, almeno in alcuni settori, anche perso significative quote nel posizionamento di mercato nei confronti del commercio online. La microimpresa italiana, che correttamente molti definiscono la categoria delle famiglie produttrici, ha fatturati spesso largamente inferiori ai 100.000 euro, se è vero che da un lato per questi soggetti è previsto che il beneficio della garanzia possa raggiungere fino al 100%, dall’altro le somme erogabili, al massimo 25 mila euro e comunque non più del 25% dei ricavi del 2019,  rischiano di essere insufficienti ad assorbire il colpo inferto dal lookdown, a meno che non vengano integrati da forme significative di sostengo al reddito. 

Il provvedimento era un passo necessario, ma la tendenza recessiva in cui sta entrando l’economia globale richiede sforzi maggiori che difficilmente possono essere sostenuti fuori dal quadro europeo. È necessario mettere in campo un new deal neokeynesiano che rivoluzioni il sistema che abbiamo sin qui adottato, riorganizzando un modello di capitalismo europeo solidale, in cui sia centrale l’essere umano e l’ambiente. Se sapremo fare questo renderemo la sciagura di inizio secolo in una grande opportunità, se non saremo in grado di coglierla torneremo alle nostre piccole patrie, sempre più anguste.