Mistress. Il brivido della resa senza condizioni. In un romanzo sorprendente che sfida grigiore e tabù

Metti la bellezza, l’eroticità, che è qualcosa che ti pervade al punto che la ragione non c’è più, si dissolve, come assorbita. Una donna può essere così, un qualcosa che è troppo e mai abbastanza. E tutte le perversioni sessuali si colorano di lei, e cuore, simbolo, arte, tutto si fa servizio di personalità magnetiche che non riesci a dire. E anche un romanzo può essere questo, cara la lezione di forma e contenuto di Croce, una presenza che cala in un racconto e gli dà vita. Certo, devi immaginare una ragazzetta, sorriso, fossetta e denti, e la devi immaginare come la cantava Guccini. Cioè una presenza normale, che è in grado di farsi donna fatale, e riscaldare, scuotere fondamenta, mettere tutte le sicurezze in discussione. E non serve ripararsi o proteggersi con la normalità, con la vita di tutti i giorni, perché lei sarà lì a metterla in dubbio la normalità e a riempirti del suo odore i giorni.

«La Bellezza non può essere interrogata: regna per diritto divino» (Oscar Wilde)

Mistress è il libro che non ti aspetti. Tagliente, sicuro, elegante. Ce ne fossero operazioni culturali a sfidare convenzioni e i compitini educati del salotto e del mainstream. Riccardo Mainardi è al quarto lavoro (dopo Le ultime lezioni dell’anno, Polvere nella nebbia, Il sogno di Amos). Lo abbiamo intervistato.

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