Il reddito di base e il sostegno al reddito

Te lo di io il reddito di cittadinanza! Chi non si è divertito con le istrioniche performance di Beppe Grillo quando da comico negli anni ottanta ci raccontava il mondo dal suo punto di vista, poi arrivò la fase della militanza nei movimenti del No, non importa a cosa l’importante era dire NO! la cui evoluzione fu l’erigersi, con successo va riconosciuto, a tribuno del popolo del vaffa, imbonitore di piazze arrabbiate e desiderose di essere assecondate nel desiderio di una sorta di nichilismo politico privo di retroterra culturale.

Tutto muta ed evolve così ora Grillo si è ritagliato il ruolo di “ padre nobile” della forza di maggioranza relativa in parlamento, prima tessendo la formazione dell’attuale Esecutivo ed in questi giorni rilanciando la battaglia storica del M5S, il reddito di cittadinanza, questa volta però delineandone più precisamente i contorni, secondo Grillo infatti il tema sarebbe introdurre in Italia il basic income, il reddito universale di base, riportando così al centro del dibattito politico la questione degli strumenti di sostegno al reddito.

Questa è uno dei pochi SI che ha sempre caratterizzato la proposta politica del Movimento, probabilmente l’elemento fondante del populismo grillino, tuttavia il provvedimento del 2019, comunque si giudichino i risultati, non ha nulla a che fare con il reddito di cittadinanza in nessuna delle forme in cui questo è stato teorizzato, si tratta piuttosto di un ammortizzatore sociale che integra misure di politiche attive del lavoro. Un’impostazione che può essere condivisa, sarebbe però opportuno che l’elaborazione delle norme fosse coerente con gli obiettivi che il legislatore vuole conseguire, ammesso che il legislatore li abbia chiari naturalmente. Il professor De Masi, per esempio, ha avuto modo di osservare l’inadeguatezza della norma rispetto a quanto si prefiggeva, infatti l’erogazione delle somme è sottoposta ad eccessivi vincoli burocratici. Le misure di contrasto alla povertà e di inclusione sociale devono essere facilmente fruibili dagli aventi diritto ed immediate nei tempi di erogazione, demagogia populista?

In realtà la necessità di sostenere i ceti meno abbienti e le fasce più deboli della popolazione ha sempre trovato consenso nel pensiero liberale, certo fra gli economisti più progressisti come il premio Nobel Amartya Sen che definì la povertà “ una carestia di libertà effettiva”, un ostacolo insormontabile a condurre una vita dignitosa cui è necessario porre rimedio, anche Luigi Einaudi ragionando di legislazione economica e sociale individuava, “con le dovute cautele”, la necessità di un reddito minimo, si tratta di uno strumento diverso dal reddito di cittadinanza, anche se afferma espressamente la necessità che “….ogni uomo vivente in una società sana disponga di un certo minimo di reddito” . Una proposta tecnica di intervento di sostegno al reddito fu delineata niente di meno che da quel falco del liberismo che era il professor Milton Friedman, il cui obiettivo era accrescere il benessere sociale alleviando la povertà, il sistema che l’economista elaborò nel 1962 consiste nell’introduzione di una “tassa negativa”, in sostanza al di sotto di un certo reddito l’Erario non riscuote ma eroga, il presupposto era non alterare i meccanismi del libero mercato e contestualmente assicurarsi che tutti avessero un reddito minimo garantito.  Insomma da questo punto di vista dovremmo riconoscere a Grillo ed ai suoi epigoni di aver posto un tema tutt’altro che banale, è bene ricordare che il secondo comma dell’art. 3 della nostra Costituzione recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», il dettato costituzionale quindi richiede al legislatore ordinario di intervenire con politiche economiche che rendano sostanziale il diritto all’uguaglianza e non solo formale. 

Il reddito universale di base è lo strumento per rispondere a queste istanze? Per reddito di base universale si intende un’erogazione monetaria, a intervallo regolare ad esempio mensile, percepita da tutte le persone dotate di cittadinanza o di residenza, cumulabile con altri redditi di qualsiasi natura.

Le caratteristiche del reddito di base sono dunque che sia incondizionato, automatico ed individuale, a questo punto dobbiamo chiederci, sul piano teorico senza per il momento entrare nelle pur inevitabili questioni di compatibilità con il quadro economico, è uno strumento che risponde agli obiettivi del secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione ed alle politiche che molti economisti e politologi ritengono necessarie per superare o alleviare la condizione di povertà? La risposta in prima battuta non può che essere positiva, il reddito di base universale garantirebbe un introito minimo a chiunque vive sul territorio dello Stato,  assicurando quindi l’emancipazione dalla povertà assoluta, sarebbe sostitutivo degli ammortizzatori sociali consentendo di eguagliare il lavoro subordinato che in Italia beneficia di uno strutturato sistema di ammortizzatori sociali, con il lavoro autonomo sprovvisto di forme di tutela, consentirebbe di integrare le pensioni minime migliorando notevolmente la qualità della vita dei percettori. In termini macroeconomici, come ha spiegato più volte il professor Roventini, sarebbe uno stimolo alla domanda aggregata in quanto i ceti sociali più deboli aumenterebbero i loro consumi. L’unico problema è dove attingere per sostenere un programma così ambizioso? Non solo, come diceva Don Milani non vi è nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali, ed in Italia negli ultimi dieci anni le disuguaglianze si sono acuite come in nessun altro Paese europeo, i dati dell’ultimo rapporto Oxfam ( 2019 ) fotografano impietosi un Paese in cui oltre ad essere aumentato esponenzialmente il divario fra i cittadini più ricchi e quelli più poveri si è inesorabilmente fermato il cosiddetto ascensore sociale, cioè la possibilità per i giovani che provengono dai ceti più deboli di emanciparsi socialmente, economicamente e culturalmente.

Un intervento che incida sui processi che determinano le disuguaglianze richiede una strategia di medio periodo e non può certo limitarsi all’erogazione di un sussidio, ma è comunque un elemento da cui partire.

Consideriamo inoltre che l’implementazione dell’adozione di tecnologie innovative nel sistema produttivo, sia software che hardware, ed il conseguente e progressivo processo di automazione determinerà l’evolversi della disoccupazione in fenomeno strutturale, il mercato del lavoro, infatti, non sarà realisticamente in grado di collocare tutta l’offerta disponibile, la risposta non può che essere, come sostiene il professor Andrea Fumagalli, una redistribuzione sociale del reddito.

Il provvedimento dovrebbe riguardare lavoratori e pensionati al di sotto di una certa soglia di reddito, disoccupati ed indigenti, con somme di entità diversa determinate in base alle condizioni del beneficiario, ovviamente dovrebbero essere differenti anche le modalità di erogazione, per il lavoro subordinato potrebbe trattarsi sostanzialmente di un intervento sul cuneo fiscale per cui a parità di retribuzione globale annua si attuerebbe uno sgravio sui contributi  fiscali e previdenziali, ottenendo un aumento del salario percepito, negli altri casi dovrebbe essere una incondizionata erogazione monetaria. Si pone inoltre tema non banale in quanto causerebbe la levata di scudi dei sindacati, ma una riorganizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali con un universale intervento di sostegno al reddito per chi perde il lavoro sia esso autonomo o subordinato diviene necessario.

Un’ulteriore misura dovrebbe riguardare le politiche per il diritto allo studio previste in attuazione dell’art. 34 della Costituzione, una delle argomentazioni che furono addotte a sostegno del riordino dell’assetto universitario fu anche quella di combattere la dispersione scolastica nell’istruzione superiore, altro terreno su cui vi è ancora molto da lavorare, gli studenti “capaci e meritevoli” provenienti dai ceti sociali meno abbienti riceverebbero un reddito a sostegno del loro percorso accademico, fino al termine della laurea specialistica, si tratterebbe di un investimento per la collettività e di una concreta leva per rimettere in moto l’ascensore sociale.

Le risorse per sostenere questi interventi non possono che provenire da politiche fiscali redistributive, uno degli aspetti più contestabili, fra i vari, della legge del 2019 sul cosiddetto reddito di cittadinanza introdotto dal Ministro Di Maio è che la misura veniva in larga parte finanziata in deficit. Il deficit pubblico è auspicabile a condizione che sostenga investimenti in infrastrutture, tecnologia, economia dell’innovazione, ricerca ecc… 

Naturalmente siamo partiti dalla proposta di Grillo che ha parlato di un intervento strutturale ed è bene che la politica ragioni in questi termini finalmente, la fase di crisi che stiamo attraversando, determinata dall’emergenza pandemica, non può che vedere, il più rapidamente e nel modo più capillare possibile, misure di sostegno al reddito sia da lavoro autonomo sia da lavoro subordinato, in questo caso anche ricorrendo al debito pubblico nella quantità necessaria. C’è bisogno di un whatever it takes dell’economia reale per imprese e famiglie.