Democrazia in crisi

Bisogna sempre ricordare come il fascismo ancora fino al 1935 godette di un sostegno internazionale persino superiore a quello in patria. Non si tratta solo degli emuli dei governi polacchi, austriaci, ungheresi, bulgari e rumeni, ma delle grandi potenze occidentali, quelle anglosassoni molto più della Francia. Il presidente Hoover ricevette Grandi e davanti alle contestazioni di piazza disse al ministro di non badarvi, che la simpatia statunitense era tutta per Mussolini. Lo stesso fecero i consiglieri di Roosvelt che riconobbero al duce piani straordinari a cui ispirarsi per l’economia e lo sviluppo americano. In Inghilterra fu anche peggio perchè la grande stampa popolare si innamorò di Mussolini tanto da voler sapere persino i dettagli della sua alimentazione. Da Bernard Shaw a Lloyd George traspariva un’invidia per l’uomo forte che sapeva bonificare la palude pontina, quando a Londra si faceva fatica a tirar su un ponte qualunque. Sempre Grandi scriveva a Mussolini che la statua di Cromwell posta a Westminster sembrava in attesa di vivere un suo secondo momento. È ovvio che il fascismo faceva di tutto per derubricare ad episodi inevitabili le violenze passate e l’omicidio Matteotti, ma soprattutto si presentava come conciliante con le potenze occidentali di cui si riteneva pur sempre un’ espressione, senza contare che Dino Grandi come Italo Balbo, vecchi mazziniani, fossero convinti della provvisorietà della dittatura e credevano sinceramente che presto si sarebbe tornati alla forma democratica, senza percepire esattamente il volere di Mussolini, se non quando troppo tardi. Anche il sorgere del nazismo in Germania si riverberò positivamente su Mussolini, tutti a dire che lui era il fascismo buono che avrebbe imbrigliato quello cattivo di Hitler. Non parliamo dell’antifascismo che sembrava oramai rassegnato ad aver perso definitivamente la sua partita, Mussolini prima di Hitler ebbe anche ottimi rapporti con l’Unione sovietica di cui pure avrebbe dovuto essere il flagello. La sola voce autorevole in una panorama tanto desolante dove persino Sigmund Freud scambiava biglietti di entusiasmo con il duce, è quella del laburista britannico Harold Laski. Nel 1933, Laski pubblica il suo libro Democracy in crisys, in cui si sostiene che quando una democrazia non è considerata più in grado di risolvere i problemi correnti e per l’emergenza si ricorre a modelli autoritari, è pura illusione pensare che quella possa ripristinarsi pacificamente. Servirà una guerra civile e lo spargimento del sangue se si vuole tornare ad un regime di libertà.