Covid-19 in Africa: un caso di under-reporting

Mentre i venti del sovranismo e del populismo più becero soffiano sull’Italia, dove l’essere europeisti sembra cedere gradualmente terreno, sotto i colpi di un fervente nazionalismo, anche strumentalizzando l’emergenza sanitaria del coronavirus ed i morti che sta mietendo, il continente africano, come spesso è successo nella sua storia, soffre ancora di più per il fenomeno dell’under-reporting. Problema, questo, legato ad una società fragile, dove i media e le agenzie di stampa sono deboli e che, comunque, si scontra con un’occidente troppo spesso accecato dai propri egoismi. Ben sottolinea questa situazione Niccolò Rinaldi, nel suo capitolo dedicato al venticinquesimo dai sanguinosi fatti del Ruanda, pubblicato dal rinato Almanacco Repubblicano.

Prova a risvegliare le coscienze anche un videomessaggio del pediatra greco-calabro Tito Squillaci, impegnato presso il “Dr. Ambrosoli Memorial Hospital”, a Kalongo, in Uganda, poco prima del suo rientro in patria. L’ospedale è sostenuto dall’omonima fondazione, attiva in Italia.

«Guardare l’Italia dall’Africa in questo periodo è davvero strano perché, per la prima volta, la guardiamo con grande apprensione e preoccupazione. E pur tuttavia ci ritroviamo a chiedere sostegno a chi, a sua volta, ha bisogno di sostegno. Il tragico evento dell’epidemia, però, credo possa servire a farci capire cosa significhi vivere in un contesto a risorse limitate, dove non ci sono a sufficienza ospedali, personale sanitario, presidi di protezione o di cura, posti in rianimazione. Purtroppo, per l’Africa questa è la condizione normale, non un’emergenza – spiega il dr Squillaci – Oggi più che mai non bisogna dimenticare che c’è un intero continente che ha bisogno di aiuto, perché lo stesso virus che sta provocando così tanti problemi in un contesto sviluppato e ricco quale l’Occidente, qui in Uganda, ed in Africa in generale, avrà un effetto devastante. Questo perché la società e l’organizzazione sanitaria sono già, di per sé, molto fragili, con larghe fasce di popolazione sofferenti per malnutrizione, anemie croniche, aids, malaria, tubercolosi… Qui il coronavirus sarà ancor più difficilmente controllabile, per le troppe persone, specie nelle città, che vivono di quello che riescono a racimolare giorno per giorno, e che, chiuse in casa, entro breve tempo non avranno nulla da mangiare. Credo, dunque, che, in questo momento così difficile, dobbiamo conservare la capacità di guardare anche agli altri, consapevoli che tutto quello che accade in qualsiasi angolo del mondo ci riguarda».

I primi casi accertati di coronavirus in Uganda sono di recente individuazione ed ammontano a 52, ma il numero di tamponi effettuati è bassissimo e l’epidemia è solo all’inizio. La fondazione “Dr Ambrosoli”, gravata da un enorme carico di responsabilità, così come tante altre ONG e organizzazioni umanitarie, sta effettuando ogni sforzo per mettere il proprio ospedale nelle condizioni migliori per affrontare l’emergenza, in uno scenario in cui si è privi di tutto.

«In Uganda – conclude Tito Squillaci – si può fare molto con poco. Non c’è alcuna concorrenza tra aiutare l’Italia e aiutare l’Africa, e la mole di aiuti alla Protezione Civile e ai tanti ospedali impegnati nella lotta al coronavirus, lo dimostra. La generosità c’è, basta solo ricordarsi che la sofferenza non conosce confini politici, e dunque nemmeno la solidarietà deve conoscerne».