Il vicolo ebraico napoletano e le sue voci

Nel cuore di Napoli, a due passi da Piazza dei Martiri, c’è un vicolo magico. Uno scrigno intriso di Storia e di storie. Appena prima di entrare in via Cappella Vecchia si staglia il megastore Feltrinelli. Pochi metri e trovi la sede dell’ordine dei giornalisti. Un B&B molto simpatico. Una vineria. Un pub chic. Poi ecco un arco. Lo attraversi e entri nel cuore dell’ebraismo partenopeo. Al numero 31 di via Cappella Vecchia c’è l’unica Sinagoga del Mezzogiorno. A sud di via Cappella Vecchia n. 31 non esistono altre sinagoghe. Qui, in un luogo sospeso, si incontra la Comunità Ebraica napoletana. Pierpaolo Pinhas Punturello proviene proprio da qui. E a questo posto a dedicato un piccolo ma intensissimo libro che è già alla sua seconda edizione. Il titolo è l’indirizzo della sede della Comunità e della Sinagoga. Napoli, via Cappella Vecchia 31. Punturello è un giovane partenopeo. Ebreo. Ben piantato nella cultura ebraica al punto da essere diventato il Rabbino della Comunità per poi proseguire il suo percorso operando in Israele e in altri Paesi europei, in ultimo la Spagna. È un libro che ruota attorno a nove racconti. Nove storie. Che possono anche essere lette come nove capitoli di un romanzo. Il romanzo della Comunità Ebraica partenopea. Con i suoi personaggi. Le famiglie. Le provenienze. Le diversità e le affinità che convivono all’interno di una realtà particolare quale è quella partenopea. Punturello è abile scrittore, mano sapiente e schietta. I suoi ritratti sono assolutamente veri. I racconti raccolgono temi estremamente concreti. Esperienze reali e simboliche di un caleidoscopico mondo fatto di incroci e di cognomi. Di provenienze lontane. Di partenze e decisioni radicali. Della molteplicità di declinazioni di vivere il proprio “essere ebreo” e di essere magari napoletani da una, due, tre generazioni e anche più. Certo, l’ebraismo partenopeo spicca di personalità che tantissimo hanno dato alla crescita civile della città. Da Giorgio Ascarelli (fondatore del Calcio Napoli) allo storico Sindaco Maurizio Valenzi. Ma tante, tante figure hanno speso la loro vita per questa città così sempre “inattuale”, sempre “fuori sincrono” perché fondamentalmente anarchica. Raccontando dei personaggi della Comunità, spesso citati per nome e comunque riconoscibili per chi ha la fortuna di frequentare via Cappella Vecchia e di esserne accolto, l’autore racconta anche di questa città ossimorica. Fatta di chiaro-scuri e contraddizioni. Ricordiamoci che Napoli è , sì, anarchica ma anche monarchica. Un po’ ribellista e reazionaria. Libertaria ma populista. Però sempre città aperta. Sicuramente perché nata sul mare e per il mare. A inziare dal suo nome di sirena. L’intensità del libro appartiene all’intensità del vissuto dei suoi protagonisti. Un racconto corale in cui ogni voce prende il posto di una nota fino a completare una scala di ottave e aggiungere una nona. Come un accordo musicale con la nona. Quella nota in più che dà profondità e sospensione. Provate su un pianoforte. E capirete che cosa intendo. Afferma Pierpaolo: «Napoli, essendo una città marittima, è una città di confine, dove perdere l’identità è molto facile. Questo nel caso ebraico è qualcosa di frequente – dice l’autore a Luca Clementi – soprattutto nel contesto accogliente e vivo della cultura napoletana. A volte è necessario abbandonare la propria città pur di preservare la propria cultura…». Ma sta parlando di Napoli o di Gerusalemme? O di qualsiasi altra città dell’est europa o libanese o altro ancora? Continua Punturello: «…Le identità sono sempre plurali, non è possibile racchiuderle in uno spazio. La forza del nostro popolo è l’adattamento…». L’autore, dopo l’esperienza rabbinica, decide di “tornare” in Israele lasciando la sua città natale per poi essere oggi in Spagna. In questo libro si citano strade ben precise. Luoghi fisici e dell’anima. Nuclei familiari che hanno attraversato la Storia e le sue tragedie. Mondi millenari che pulsano dietro volti belli di donne, di giovani e di anziani. Contrasti generazionali spesso vissuti al contrario. Dove il più giovane o la più giovane decide di rivendicare la propria identità e di vivere pienamente il proprio ebraismo. Come nel secondo dei nove racconti (Particolari). Oppure ecco irrompere le terribili leggi razziali e il fascismo, mentre magari ci si prepara a celebrare Channukkà (il sesto dei racconti ma il tema è ovviamente ricorrente anche in altri). E poi l’amore e le citazioni dal Cantico dei Cantici. O la scoperta di essere ebrei e gay (il quarto. La Ricerca.). Spesso il mood si muove con abile ironia. A volte con malinconia. Ma sempre con rispetto e rigore. E allora si vivono i riti, le preghiere, lo Shavuot, Pesach, si digiuna a Yom Kippur e “si va in sukkà almeno la prima sera di Sukkot”. In ogni caso che emozione quando è Channukkà in Piazza dei Martiri. Ci si incontra proprio al centro della piazza e ci si scambia l’accensione della candela con bellissimi sorrisi…. Ci si riconosce e ci si abbraccia. Questa è la magia di della Comunità di via Cappella Vecchia! Shalom!