Terza via, un modello di società non un pasticcio di interdizione del potere

Si ripropongono periodicamente appelli a costruire un fronte laico repubblicano, liberal democratico, che metta insieme, tutte le sigle che si richiamano al liberalismo, al liberismo, al mazzinianesimo, all’azionismo.
Io lo propongo da quando il sistema maggioritario è nato in Italia, ma aveva la caratteristica di essere terza via diversa da quella socialista e da quella popolare così come si sono proposte in Europa. Un modello di società che diventava terza forza non un centro di interdizione del potere. Proporre una sintesi con alcune di queste sigle è possibile, con altre no, perché sostengono finalità diverse e oggi, una terza forza tra destra e sinistra deve rimanere una terza via, un modello di società realizzabile secondo i principi della libertà e della giustizia sociale, non un comitato elettorale di interdizione del potere. La nostra terza via che diventa terza forza deve cioè non contenere contraddizioni concettuali e culturali perché in poco tempo ne determinerebbero la fine. Pur non volendo confondere alleanza politica con inutile discussione ideologica, credo che ci siano dei presupposti ideali e morali che non possono essere superati.
Ad esempio tra cultura repubblicana e cultura iper liberista. Mi sono chiesto spesso
se la mia intransigenza fosse esagerata, se non fosse anche influenzata da un pregiudizio verso chi partendo dalla scuola repubblicana, naufraga nella teoria liberista. Per me inconcepibile, semmai dovrebbe essere il contrario se si vuole coniugare la libertà capitalistica con la democrazia,che non può che essere determinata dal primato della politica e non del mercato. L’iperliberismo portato a concezione di azione politica dove esiste?
Il modello che propongono non si è realizzato in nessun parte del mondo. Teoria che non è applicabile a nessuna civiltà democratica. Il mercato non ha società, il repubblicanesimo e il mazzinanesimo hanno il primato della politica che coniuga mercato e giustizia sociale. Lo scopo del governo è l’interesse generale non il dominio del mercato.
Per un repubblicano le regole e le leggi sono la garanzia e la tutela della libertà di tutti, per i liberisti, gli iperliberisti o neoliberisti sono fastidiosi ostacoli al primato del mercato.
La polemica di Mazzini con Bentham, o la concezione di Ugo La Malfa della programmazione e della politica dei redditi sono incompatibili con la visione iperliberista che non vuole regole se non quelle del mercato. Cioè quelle che vedono la politica come un ostacolo e l’intervento dello Stato con fastidio. Pensate, se non ci fosse lo stato, in situazioni come quelle che stiamo vivendo, cosa succederebbe per capire che il mercato senza società pluralistica e con benessere diffuso non vive, si avvita su sé stesso e muore. Le politiche rigoriste senza società creano oligarchie finanziarie, senza regole, incompatibili con la democrazia. Ecco perché parlare di liberal democrazia io lo ritengo compatibile con il programma repubblicano, mentre il liberismo nelle sue logiche è incompatibile con la democrazia repubblicana ed impossibile nel governo di una società pluralistica e democratica, perché non è controllabile dalla sovranità popolare né dalle regole della giustizia sociale. Per certi versi lo trovo immorale, come il comunismo per le ragioni opposte, la carità misericordiosa del Papa, o l’utilitarismo perché tutte sono concezioni che o distruggono la libertà o la legano ad assistenzialismo, tutte pratiche che creano oligarchie finanziarie o livellamento e povertà sociale. Senza nessuna educazione al dovere e alla libertà responsabile. Che è fatta di una redistribuzione delle risorse, di uno stato efficiente ma con regole a tutela delle libertà individuali e sociali. Diverse sono le posizioni che coniugano mercato e stato, globalizzazione e regole, merito e capacità, conoscenza e sapere dell’Umanità al servizio di tutti, non al servizio di gruppi che chiamano mercato ciò che è speculazione e che non si ferma davanti a nulla, nemmeno alle leggi o al rispetto dei diritti umani. Che in nome del profitto e dell’efficientismo eliminerebbero il lavoro, con macchine, la libertà con la dipendenza.

Se capiamo questo capiamo la differenza fra la concezione politica repubblicana e quella liberista. Io, ad esempio, ho conosciuto il Giannino repubblicano, mi emozionava quasi come La Malfa, il Giannino liberista che sentivo a Radio 24 e adesso a Radio Capital è un uomo che si esaurisce in se stesso, egocentrista, che legge molto, ma la cultura non gli allarga gli orizzonti come avviene nei repubblicani o nei liberali della società aperta, lui legge e adatta ciò che legge alle sue sicurezze. Quindi mentre la cultura messa a confronto con altra cultura arricchisce continuamente in una sintesi evolutiva. La cultura che adatta ciò che le fa comodo si avvita su se stessa e muore. Io non ho una repulsione verso una concezione con meno stato e competitività ma deve essere il frutto di una concorrenza leale che solo le leggi possono garantire, come opportunità di partenza, solo così vivono e si sviluppano le società democratiche. La logica di un capitalismo in mano a lobbies o ad un governo comunista, come in Cina, determinano sfruttamento, e privazione della libertà per ragioni opposte perché riducono i cittadini a strumenti del potere. Unire le forze serve se gli scopi sono gli stessi non se gli scopi sono antitetici. I repubblicani servono la Repubblica che è sottoposta al giudizio degli uomini, non qualcosa di incontrollabile che si chiama mercato. Io capisco che l’amicizia è un legame forte ma nessuna amicizia è reale se non riesce a distinguere le differenze e farne oggetto di discussione critica e non di idolatria.