Le radici ebraiche nel pensiero di Franz Kafka

«Nella scrittura di Franz Kafka non si può non rilevare il costante riferimento alla centralità dell’elemento ebraico. Kafka viene da Praga, quell’angolo luminoso di Europa in cui la storia slava, ebraica e tedesca si erano intrecciate in un groviglio inestricabile, la città dell’imperatore asburgico Rodolfo II, del Rabbi Low e del Golem: città da sempre contesa da invasori, ma mai conquistata nel suo nucleo interiore».

La letteratura di Kafka, ha annotato lo Scholem, non è letteratura occidentale, ma letteratura ebraica. Franz è permeabile, attinge dalla famiglia, dagli studi universitari, dalle prime frequentazioni al Bar-Kochba. Eppure non sarà abbastanza ebreo da evitare la Sekuritaet, lo Sradicamento, quel ‘sentirsi estraneo’ dal mondo che è la cifra della sua prosa. E, nella prosa, anche nella Metamorfosi, c’è la voglia di radici, forse questo è il tema fondamentale, che si ripete, che torna, quasi un’ossessione, un’unica domanda, continua.

«In questo senso assume carattere di grande drammaticità l’amore di Kafka per il teatro yiddish e il suo tentativo di integrarsi nella comunità dei ‘guitti’ ebrei. In quell’esperienza, […] Kafka radicalizza la sua solitudine proprio attraverso il tentativo di superarla. La sua fuga dall’Occidente verso un ebraismo più ‘genuino’ ci appare – e così dovette apparire a lui – disperata perché decisa a partire da una lucida e laica consapevolezza del suo disagio». Come annota Massimo Cacciari: «Ogni scopo, ogni meta sono, nei suoi limiti invalicabili, inesorabilmente disperati».

«Da un certo punto in avanti non c’è più modo di tornare indietro. È quello il punto al quale si deve arrivare» (Franz Kafka)

Giovanna Canzano è l’autrice del libro Le radici ebraiche nel pensiero di Franz Kafka. La abbiamo intervistata.

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