Quale ruolo pensiamo per il Pri? Fusignani scrive a Saponaro

«Caro Corrado, ho letto non senza stupore la presa di posizione che, con una lettera a La Stampa, ha espresso considerazioni legittime ma quanto meno inopportune e personali. Inopportune, perché questo non è certo il momento di porsi in maniera così netta contro il governo Conte bis: personali, perché mai discusse in nessun organo del partito, segreteria inclusa». Così una lettera aperta di Eugenio Fusignani, vicesegretario vicario del PRI al segretario nazionale Corrado De Rinaldis Saponaro.
«Questo richiama un ulteriore problema: e cioè quale ruolo pensiamo per il PRI? In pratica se siamo ancora consapevoli che una forza politica come la nostra debba definirsi nella sua identità politica sulla base dei suoi valori originari, mostrandosi in maniera univoca a tutte le latitudini e, parallelamente, che torni a rappresentare la sintesi delle posizioni d’avanguardia. Per capirci, quelle delle ricette difficili che fungano da guida per indicare il cammino al Paese e non quelle facili che stanno a rimorchio di posizioni già espresse.
Anche perché, come ben sai, siamo nel pieno di una guerra mondiale e, dunque, questo è il momento dell’emergenza sanitaria, della cura e del dolore.
Solo dopo verranno l’economia, l’Europa, lo scacchiere internazionali e, alla fine, anche le recriminazioni e le responsabilità, che non potranno essere eluse. In politica, lo ricordiamo, forti dei nostri 125 anni di storia di repubblicani, non possono esserci né sentimenti, né, soprattutto, risentimenti.
Certo, questo è invece il tempo delle emozioni. Sono morti troppi italiani ed italiane per ignorarlo o, peggio, per dimenticarlo. E allora che Mario Draghi sia per tutti noi un punto di riferimento non c’è alcun dubbio: che l’Europa sia la nostra casa, anche. Quindi, qual è il senso del messaggio del tuo messaggio e a chi è rivolto? Ecco questo non mi è francamente chiaro. Noi ci riconosciamo nelle posizioni che l’ex Presidente della BCE ha espresso recentemente sul Financial Times: servono più debito pubblico e più Europa, siamo tutti d’accordo.
Siamo anche preoccupati, come e più di tutti, per la ripresa dei mercati e dell’economia; ma dovemmo essere altrettanto convinti che il nome di Draghi solo lui stesso possa spenderlo e, di certo, auspicabilmente per una posizione più alta, sempre a servizio del Paese.
Spendere ora il nome di Mario Draghi significherebbe bruciarlo per un’emergenza, rendendolo inservibile per quel “dopo” per il quale le sue autorevolezza personale, conoscenza dei problemi e relazioni interne e d internazionali, sarebbero (e spero saranno) decisive per la ricostruzione economica e sociale dell’Italia, e per la costruzione dell’Europa.
Soprattutto bruciarlo ora significa lasciare campo libero a chi è interessato a gestire il dopo. Non a caso questa doppia posizione (spallate al governo e unità nazionale nel nome di Draghi) sono le posizioni espresse dalle forze che vanno Renzi alla Meloni passando per Salvini. Siamo sicuri di voler davvero condividere queste posizioni?
Scrive oggi Giorgio la Malfa che “l’Europa deve comprendere che dopo il coronavirus sarà ancora più sola in un mondo in cui Cina e Stati Uniti chiuderanno i loro mercati interni e cercheranno di aggredire i mercati disponibili, il principale dei quali è il mercato europeo”.
Condivido questo pensiero e, non solo, aggiungo insieme a lui che la risposta di solidarietà ai paesi più deboli dell’Europa per l’emergenza che li ha travolti col covid-19 non può passare attraverso una sorta generosità pelosa da parte dei paesi cosiddetti “forti”.
Al contrario la risposta deve essere una risposta ponderata e commisurata alla nuova situazione che coinvolge tutti i paesi del mondo, con particolare riferimento a quelli che rappresentano i mercati di riferimenti per l’Italia e, più in genarle, per i paesi dell’unione.
Come dicevo in precedenza siamo in piena guerra mondiale: per questo, per dirla ancora con La Malfa, dobbiamo prepararci a costruire il futuro evitando gli errori del primo dopoguerra e cercando, invece, di “seguire la maggiore saggezza del secondo”.
Intanto occorre avere ben chiaro che, anche se si comincia a morire meno per il virus, dovremo continuare nelle stringenti misure sanitarie.
Certo le notizie ultime sul calo dei contagi inducono ad un tenue ottimismo e questo comincia a metterci nella condizione di cominciare a pensare alla ricostruzione del tessuto economico e produttivo italiano.
Come? Intanto questa pandemia ha spiegato, più e meglio di ogni altro politologo, che senza una regia comune tutti i singoli stati europei sono vulnerabili in maniera esponenziale. E ancora come, senza una comune regia europea, ogni singolo stato faccia molta fatica a garantire (e garantirsi) una corretta ripresa.
Siamo in un passaggio molto stretto: o l’Europa ha il coraggio di fare il salto e diventare finalmente uno Stato Federale, che si ponga come cerniera tra i due giganti politici ed economici ad oriente e occidente (Cina e USA), ergendosi ad argine alla marea della loro crescente forza; oppure soccomberà tornando ad essere una congrega di stati nazionali riottosi e autoreferenziali ancorché variamente autosufficienti.
In questa seconda ipotesi, quel ruolo di cerniera e argine verrà lasciato alla disponibilità degli appetiti di un gigante politico che vuole tornare ad esserlo anche economico: la Russia di Putin. E il cavallo di Troia per quest’ultima sciagurata (soprattutto per noi!) ipotesi sono proprio i sovranismi, a partire da quelli indigeni.
Anche Calenda, che resta uno dei nostri interlocutori naturali, torna a frasi sentire e, intelligentemente, pone il problema di una UE che o dà prova di esistere ora, oppure cesserà di esistere per sempre.
E tu pensi che l’esistenza dell’Europa possa concretizzarsi rendendola succube dei piani delle strategie del Republican Party di Trump sul versante atlantico, e della destra israeliana su quello del Mediterraneo?
Noi siamo cresciuti alla scuola di pensiero di Ugo La Malfa che amava ripetere come l’Italia dovesse restare aggrappata alle Alpi per non scivolare nel Mediterraneo. In pratica che la scelta per l’Italia era, è e sarà sempre quella tra continuare a restare un’appendice dell’Europa oppure diventare una propaggine dell’Africa.
Non so cosa pensi il segretario su questo: so che i Repubblicani tra il Mediterraneo e l’Europa scelgono l’Europa: così come tra Putin e Bruxelles scelgono Bruxelles.
Quello che serve, è il primato della politica, che riporti da un lato a vedere i problemi con una visione che superi i confini nazionale, e dall’altro che riporti l’Uomo al centro del progetto e non l’individuo, i suoi egoismi e il suo portafogli. In estrema sintesi servono più Europa e più Stato.
E serve un’Europa federale, nella quale gli egoismi dei singoli stati trovino un punto di sintesi e diventino progetto comune. Solo così ci salveremo.
E da ultimo, ma non per importanza nei nostri equilibri, il prossimo anno si voterà per il rinnovo dell’amministrazione comunale di Ravenna, realtà dove il PRI incarna ancora un ruolo di interlocutore privilegiato di ampi settori della vita sociale ed economica della città. E questo a dispetto dei numeri.
Credo che da queste elezioni passi molto delle residue speranze di ricostruire l’Edera sulla base della coerenza ideale e della continuità politica con l’eredità di Ugo La Malfa.
Tu sai come me che quel che resta di quel PRI è solo concentrato in questo piccolo lembo di provincia romagnola.
Allora lavoriamo tutti insieme per fare in modo che, da Ravenna, ancora una volta, parta una spinta per riaffermare non solo una presenza politica e amministrativa, ma soprattutto un’idea di partito che sappia misurarsi con la società civile.
Soprattutto interpretando le esigenze dei comparti economici e produttivi di un bacino che, attraverso il ruolo strategico del Porto di Ravenna, rappresenta una finestra di respiro nazionale ed internazionale con i suoi gli importanti traffici col far east.
Lavoriamo insieme per dare al partito quello che serve perché così contribuiremo a dare quello che serve anche al l’Italia e all’Europa».