A passi spediti verso la normalità (ma senza abbassare la guardia)

La curva epidemica segna un ulteriore rallentamento per quanto riguarda l’incremento giorno su giorno: +3,9% contro il +4,1% di ieri. Continua il trend al ribasso dei contagi e dei ricoverati. I dati confermano le previsioni dell’Eief. Abbiamo il picco alle spalle e siamo in una fase tecnicamente detta ‘plateau’. Secondo le previsioni tra aprile e maggio la situazione dovrebbe essere sotto controllo. La libertà diceva Piero Calamandrei è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. I modelli autoritari importati dalla Cina e dalla Corea dovrebbero a quel punto essere definitivamente messi in soffitta, e occorrerà gestire la situazione, in attesa del vaccino, con gli strumenti della democrazia, senza vincoli alle libertà individuali e senza il ricatto della significativa invasione della privacy e della dignità dell’individuo.

Fonte Eies

Ma come ci si è trovati in questa emergenza? La differenza l’ha fatta non la letalità del virus, che rimane significativamente molto bassa ed è attualmente solo al 28° posto tra le cause di morte, ma la sua velocità di trasmissione, con strutture sanitarie chiamate a gestire emergenze in corsia con strumenti del tutto inadeguati.

Fonte: ISS

I conti li ha fatti Milena Gabanelli sul Corriere. Secondo il rapporto della Fondazione Gimbe «Il definanziamento 2010-2019 del Servizio Sanitario Nazionale» la situazione è ancora più complessa: «Nel decennio 2010-2019 – si legge nel rapporto – il finanziamento pubblico del Ssn è aumentato di 8,8 miliardi di euro, crescendo in media dell 0,9% all’anno, un tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua pari a 1,07%». Quindi è cresciuto in termini assoluti, ma meno dell’inflazione. Non solo, in più ci sarebbero altri 37 miliardi di euro totali di finanziamenti promessi negli anni dai governi e non realizzati o ridotti: circa 25 miliardi nel 2010-2015 per tagli conseguenti a varie manovre finanziarie e oltre 12 miliardi nel 2015-2019 quando, per esigenze di finanza pubblica, alla Sanità sono state destinate meno risorse di quelle programmate e cioè calcolate sul fabbisogno. I fondi promessi rispetto al fabbisogno e non dati: 8 miliardi decisi dal governo Monti (Finanziarie 2012 e 2013); 8,4 decisi dal governo Letta (Finanziaria 2014); 16,6 decisi dal governo Renzi (Finanziarie 2015, 2016 e 2017); 3,1 decisi dal governo Gentiloni (Finanziaria 2018) e 0,6 decisi dal governo Conte (Finanziaria 2019). Nel 2017, secondo l’Annuario statistico, il Ssn in Italia disponeva di 1.000 istituti di cura, 51,80% pubblici e 48,20% privati accreditati, per un totale di 191 mila posti letto di degenza ordinaria. Il che voleva dire 3,6 posti letto ogni 1.000 abitanti. La media europea, secondo i dati Eurostat e Ocse, era invece di 5 ogni 1.000 abitanti. Ma cosa succedeva prima dei tagli? «Nel 2007 – si legge nell’annuario di quell’anno – l’assistenza ospedaliera si è avvalsa di 1.197 istituti di cura, 55% pubblici e 45% privati accreditati. A livello nazionale sono disponibili 4,3 posti letto ogni 1.000 abitanti». Nel 1998 c’erano 1381 istituti, 61,3% pubblici e 38,7% privati accreditati: 5,8 posti letto per 1.000 abitanti.

L’Italia ha meno infermieri di quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale (ad eccezione della Spagna) e il loro numero è notevolmente inferiore alla media dell’Ue (5,8 infermieri per 1.000 abitanti contro gli 8,5 dell’Ue). In generale, quindi, i tagli alla Sanità hanno portato un calo del numero degli addetti sanitari, tra medici e infermieri, soprattutto nel pubblico. Secondo i calcoli della Ragioneria dello Stato, tra il 2009 e il 2017 la sanità pubblica nazionale ha perso oltre 8.000 medici e più di 13 mila infermieri».

Ora però si deve pensare a riaccendere l’Italia, da fine Aprile. Ci dispiace per il Ministro Speranza, che oltre a non essere qualche volta all’altezza del ruolo (e chi può esserlo in questo periodo),  oggi non è nemmeno all’altezza del suo cognome, ma gli scienziati, che fin qui hanno fatto un lavoro egregio, è ora che facciano un passo indietro così che tutte le voci possano trovare ascolto e i vecchi valori, libertà e privacy, ritrovare posto. Orban non è d’accordo. Ma in democrazia funziona così.

Sull’argomento abbiamo sentito Giulio Pelonzi, capogruppo Pd in Campidoglio.

Ascolta l’intervista