Il caso Ungheria

Un vecchio adagio, attribuito a Socrate, recita: «Tanto tuonò… che piovve». Il motto è perfetto per quanto è avvenuto ieri in Ungheria. Il parlamento ungherese ha votato i pieni poteri per il premier Viktor Orban per combattere il COVID- 19.

Cosa significa? Dal sito Ansa si legge: «che nei termini della legge, Orban, senza limitazione di tempo, può governare sulla base di decreti, chiudere il Parlamento, cambiare o sospendere leggi esistenti e ha la facoltà di bloccare le elezioni. Spetta a lui determinare quando finirà lo stato di emergenza. Inoltre, chi diramerà “false notizie” rischierà da 1 a 5 anni di carcere».

In realtà già da tempo in Ungheria avevamo segnali di una deriva totalitaria.

Estate 2015. L’Ungheria è fortemente esposta alla crisi dei rifugiati lungo la rotta balcanica, e le autorità magiare permisero il transito sul territorio nazionale, per far sì che quella gente in marcia sconfinasse rapidamente in Austria, paese-ponte per la Germania: la meta più ambita per chi fuggiva e fugge ancora oggi da guerre e povertà.

Andò così per un po’, fintanto che Viktor Orban, il premier ungherese, non decise di erigere una barriera metallica lungo i 175 chilometri di confine con la Serbia, replicata a stretto giro anche sul confine con la Croazia, altro passaggio chiave sul crinale balcanico. Risultato: la barriera ungherese è stata percepita da tanti come un vulnus nell’Europa post-89. Come il ritorno sgradevole di un muro, dopo il collasso di quello di Berlino, in cui l’Ungheria ebbe un ruolo fondamentale.

Settembre 2018 il Parlamento europeo, approvando il rapporto dell’eurodeputata Judith Sargentini, ha avviato la procedura per l’attivazione delle sanzioni, contro l’Ungheria, per violazione dell’articolo 7 paragrafo 1 del Trattato di Lisbona, ritenendo che il governo presieduto da Viktor Orban abbia davvero superato la sottile linea rossa che porta dalla democrazia all’autoritarismo.

Ma perché l’elettorato ungherese accetta tutto questo? La risposta va ricercata in termini economici. Il paese sta attraversando un decennio relativamente prospero. Sicuramente. Ma c’è di più. Il vero motivo per cui quasi metà degli ungheresi continua a sostenere il regime, è la paura.  Paura del cambiamento. Più precisamente paura di un’altra ondata d’immigrazione di massa dopo quella del 2015.  Da anni ormai il governo di Orban porta avanti una spietata campagna antimmigrazione finanziata con le risorse statali. 

Non è tutto.  Nel paese è in atto una campagna d’odio nei confronti di oppositori ed avversari politici, attraverso la occupazione dei mezzi d’informazione statali. Orban ha, infatti, accorpato quasi cinquecento testate private di destra sotto l’ombrello di una “fondazione”. Con poche eccezioni, le notizie manipolate dal governo vengono trasmesse da tutte le emittenti radiotelevisive. Una vera e propria realtà prefabbricata.

La sfida  è ormai aperta: Sovranismo contro Democrazia.