Anatomia di una dittatura

Tranquilli, non mi occupo del governo Conte e dei puffi che ne fanno parte, solo a vederli stancano l’occhio, ma di un libro che potrete ritrovare in vendita a maggio, perchè, da disposizione sono aperte le salumerie, i salumi sono ritenuti essenziali, le librerie, no. In questi ultimi 5 anni, causa probabilmente il successo avuto dalla Storia della rivoluzione francese di Jonathan Israel, è rifiorita una inevitabile produzione monografica su Robespierre. Vi si sono esercitati l’australiano McPhee e con più successo Jean Clement Martin, Fabbricazione di un mostro. Tutto dovuto all’accusa paradossale ed antistorica lanciata da Israel, di “controrivoluzione”. Se Israel avesse voluto dire in modo provocatorio invece che Robespierre puntava ad arrestare la rivoluzione, per ricercare una normalità repubblicana, non instaurare una reazione, ecco allora che non sarebbe poi così lontano dalla realtà. Robespierre non voleva la guerra e voleva concludere il Terrore. È davvero degno di attenzione il testo di un vecchio professore dell’Ecole des haute ètude des sciences sociales di Parigi, quale Marcel Gauchet con il suo Robespierre, l’incorruttibile ed il tiranno, Donzelli editore. L’Incorruttibile, Gauchet ne indica una cifra logica politica, superiore a quella morale. Il Robespierre che propone l’ineleggibilità per i membri dell’assemblea costituente di cui lui pure faceva parte, chiede il rinnovamento del corpo parlamentare della nazione. Egli teme la sedimentazione del primo potere rivoluzionario. La proposta non è a suo vantaggio perchè anche dalla tribuna dei Giacobini egli sarebbe comunque in competizione con i Brissot e i Marat, per non parlare di Danton, quando poi Mirabeau, senza bisogno di alcuna tribuna, era vivo e capace di pesare politicamente più di chiunque. Il primo parlamentare della storia pronto a tagliarsi il suo posto, non quello degli atri, vede quindi una prospettiva politica di ricambio necessaria. La Francia va rinnovata ben oltre la fotografia degli Stati generali. Robespierre è insomma colui che apre alla Gironda. È sicuramente anche uno fra i primi a stufarsene. Gauchet ha il pregio di non indugiare sulle differenze presunte interne al giacobinismo per cui si distinguono girondini e montagnardi. Essi sono perfettamente uguali, divisi “solo dalla visione politica e dalle risposte da darvi”. Anche qui è curioso sentire oggi dire che il governo in guerra non si cambia. La Francia per vincere la guerra dovette ghigliottinare la Gironda che pure era il governo giacobino legittimo. Qui Gauchet è molto bravo a vedere come il profilo politico di Robespierre sia sempre ed esclusivamente parlamentare, tanto da cercare prima di salvare dalla morte i girondini nel loro complesso, poi di salvare quelli meno compromessi. La linea era già stata tracciata con vigore da Michelet e Lamartine, ma spesso dimenticata. Nessuno dubitava all’interno del club giacobino della lealtà della Gironda e nemmeno Marat aveva mai pensato di volerla morta. Sono la Comune e l’agitazione popolare a spostare gli equilibri. Robespierre si trova dopo la morte di Marat ad esercitare da solo questo incredibile argine fra la piazza e il parlamento, fra popolo ed istituzioni, Danton si ritira a vita privata. Il comitato di salute pubblica è solo il braccio del governo che resta il parlamento. La Convenzione, è il governo, il comitato, il braccio. Questa la teoria, poi la pratica è un po’ diversa, perchè di fatto avviene l’inverso. Ma il rapporto formale resta integro. Non è una cosa da poco in una democrazia. Il comitato non delibera nulla senza il voto della Convenzione, e quando la Convenzione condanna Robespierre, lui si rimetterà al voto della Convenzione. Perché fallisce un’insurrezione robespierrista? Perché Robespierre è contrario, egli vuole restare un uomo della Convenzione. Il tiranno, insomma, è, a conferma sempre della valutazione di Michelet, solo morale. Anche perchè i comitati sono divisi al loro interno e Robespierre non ne ha la maggioranza, paradossalmente ce l’hanno più i vecchi hebertisti. La verità provata è che Billaud contava più di Robespierre sul lato politico. Per quanto sia molto difficile ricostruirne le dinamiche delle lotte nei comitati, Gauchet compie un grande passo avanti. Egli si accorge di come il rapporto Robespierre Saint Just sia molto complesso e logoro. La frase di Saint Just “la rivoluzione è congelata”, va letta contro Robespierre. La notte del 9 termidoro, Saint Just lavora per trovare un compromesso con i comitati, Robespierre no si è stufato. Non c’è solo però logica e morale in Robespierre, c’è anche un autocompiacimento pernicioso, il suo difetto più evidente, il suo vero nemico, la vanità. Questo tratto si acuisce con il successo, l’ammirazione i dipinti del suo ritratto che gli recano in continuazione. Robespierre si distacca dalla realtà e dalla misurazione dei rapporti di forza. Già un suo avversario come Baudot, nelle sue memorie, aveva notato l’involuzione di un formidabile tattico di lotta parlamentare che improvvisamente perde il controllo. Anche questo però appartiene ad un processo di sublimazione inconscio. Robespierre civettava con la luce di Sparta che brillò come un lampo nell’eternità delle tenebre. Egli si sentiva proprio di quella stessa luce. E purtroppo non si può considerare un buon viatico per la salvezza della Repubblica, un uomo che confida solo su se stesso.