L’emergenza sanitaria e i diritti inviolabili dell’uomo

Sembra certa la proroga della ‘stretta’ in nome dell’emergenza per altri quindici giorni. Poi una possibile e graduale ripresa della normalità tra la fine di aprile e maggio. Matteo Renzi nei giorni scorsi ha fatto arrabbiare i virologi e i medici, gli unici titolati a dire la loro in questi giorni, ma le sue considerazioni in realtà hanno sintetizzato le posizioni di molti.  Italia Viva non è l’unica interprete di questa esigenza, perché anche i radicali avevano preso posizioni simili, e anche qualche esponente del mondo repubblicano.

 In sostanza: bisogna pensare alla ripartenza e non immaginarla troppo in là, perché privacy e libertà personale non sono proprio inutili zavorre in una democrazia e soprattutto perché per non morire di Coronavirus non possiamo morire di fame. L’Italia deve rimettersi in moto. Giusto limitare gli spostamenti nelle zone maggiormente a rischio, giusto evitare in una prima fase gli assembramenti, giusto rivedere i trasporti, giusto rinviare in autunno teatri, spettacoli, stadi. Ma il resto – incluse le librerie, incluso il piccolo esercizio, bar e ristoranti con restrizioni e regole, centri scommesse – deve ripartire. Lo chiede il rispetto dei valori costituzionali, lo chiede l’economia, lo chiedono altri medici e altri scienziati: gli psicologi e gli psichiatri che stanno raccontando danni e disagi, ad anziani e bambini, di questa soluzione autoritaria e militare. Per tacere dei primi suicidi alimentati dal continuo clima di paura raccontato ogni giorno dai giornali.

Anna Maria Pitzolu ha redatto un documento per conto della LIDU – La Lega Italiana per i diritti dell’uomo. «La tutela del diritto alla salute è riconosciuta dall’art. 32 Cost. come diritto inviolabile della persona umana, prima ancora che interesse della collettività, il quale deve essere realizzato positivamente dal legislatore mediante una non irragionevole opera di bilanciamento fra i valori costituzionali e di commisurazione degli obiettivi così determinati alle risorse esistenti, il cui nucleo irriducibile consiste nell’assicurare cure gratuite agli indigenti. Quanto ai trattamenti sanitari obbligatori, la Corte ha chiarito che essi possono essere imposti solo dalla necessità di salvaguardare contemporaneamente la salute individuale e la salute collettiva, nel senso che l’eventuale conflitto tra la libertà individuale e l’interesse alla salute collettiva può essere risolto a favore di quest’ultimo solo nei casi in cui la sua tutela coincida con la tutela della salute dell’individuo, ferma restando l’esigenza di salvaguardare la dignità della persona, che comprende anche il diritto alla riservatezza sul proprio stato di salute ed al mantenimento della vita lavorativa e di relazione compatibile con tale stato.

In questa cornice di principi, l’adozione di misure restrittive della libertà personale deve essere rigorosamente e razionalmente giustificata dalle esigenze di tutela della salute collettiva dai contagi. Rigore e razionalità impongono che, nell’ambito delle determinazioni sulle modalità applicative e sugli strumenti di controllo e repressione degli abusi, la scelta di uno strumento, tra le diverse opzioni possibili, ricada su quello implicante il minore impatto sui diritti in conflitto tutelati dalla Costituzione. Alcune misure tra quelle proposte, se adottate indiscriminatamente, potrebbero comportare la totale compromissione di ogni garanzia dei diritti violati, a volte senza neppure assicurare con certezza il controllo e la tutela della salute collettiva: si pensi all’installazione di applicazioni o trojan sui cellulari per verificare la posizione dei cittadini, senza alcuna comunicazione preventiva, né garanzie sulla loro eliminazione al termine del periodo di emergenza come ha evidenziato il garante della privacy Antonello Soro – “solo un decreto legge potrebbe coniugare tempestività della misura e partecipazione parlamentare”; oppure alla proposta di Bill Gates di installare un microchip sul corpo per verificare se una persona sia stata contagiata o vaccinata, quando simili informazioni potrebbero essere contenute in una tessera sanitaria o essere acquisite dalle Autorità mediante una banca dati».

Sull’argomento abbiamo sentito anche Michele Marzulli, presidente nazionale della Lega Internazionale per i diritti dell’uomo.

Ascolta l’intervista