Il coraggio di ripartire. È in gioco il futuro

In tanti, me compreso, avevano sottovalutato nei numeri l’effetto del Coronavirus, sebbene il caso Italia (che è soprattutto un caso Lombardia) si sia rivelato qualcosa di eccezionale. A questo primo impatto inevitabile, il governo ha posto rimedio forse nell’unico modo davvero efficace per contenere l’emergenza sanitaria: il confinamento delle persone e la progressiva chiusura delle attività. Tralasciando ogni considerazione in ordine alla sospensione delle basilari conquiste di civiltà (su cui però occorrerà soffermarsi per doverose riflessioni, a tempo debito), e concedendo al governo ogni comprensione per la difficoltà di gestire un simile passaggio, c’è però una domanda che ci assilla sin dal primo minuto. Quanto durerà? E soprattutto, quanto potrà durare senza cagionare danni irreversibili alla tenuta economica e sociale?
Certo, l’Europa verrà in soccorso. Ma se il “modello Italia” di perdurante sospensione di tutto diventa la prassi ovunque, come potrà l’UE salvare contemporaneamente l’Italia, la Spagna, la Francia e chi altro seguirà? Siamo già condannati ad una profonda recessione, ad un lungo periodo di regressione economica e di miseria? A inevitabili disastri e disordini sociali? O forse esiste un modo per limitare i danni ed evitare il tracollo?

Per l’immediato, certo, come si chiede da più parti occorre approntare misure di sostegno a tutto campo. Rapide, adeguate, che consentano alle attività e alle aziende di affrontare l’apnea ed evitare che molte di esse affoghino. Ma non sarà per molto.
Perché poi, non appena si sarà attenuata l’ondata emergenziale, bisognerà per forza pensare alla ripartenza.
E per fare questo dobbiamo anche, numeri alla mano, cominciare a circoscrivere meglio la gravità del fenomeno che ci ha assalito.
Alla luce delle caratteristiche e degli effetti che questo microrganismo ha manifestato in Italia e che i dati sui decessi forniti dall’ISS ormai certificano, abbiamo conferma che il virus non è così letale per tutti. Colpisce in larga, larghissima maggioranza, una fascia più debole della popolazione: over 65 con almeno una (ma più spesso tre o più) gravi patologie pregresse. La letalità per chi ha meno di 60 anni ed ha contratto il virus è soltanto dello 0,6%. Attenzione, dati da considerare comunque ancora al ribasso, perché calcolati solo sui casi noti, senza considerare la nutrita schiera degli asintomatici (chi dice 3, chi 5, chi 10 volte superiore agli infetti registrati).
C’è sempre da chiedersi dunque, al di là della grande preoccupazione per i più deboli ed esposti, cosa debba temere per sé di così terribile quella maggioranza di persone che non rientra nella casistica degli individui a rischio. Maggioranza che costituisce proprio la quasi interezza della forza lavoro.

Dunque, dopo questo primo impatto emotivo, si riprenda il coraggio e la lucidità necessari e si predisponga un piano per il rientro, non appena possibile.
Un piano che dovrà contemplare almeno queste tre direttrici.

  1. Un sistema di massima protezione per i più deboli. Isolamento per tutto il tempo necessario, anche distanziamento dai familiari se occorre, con l’ausilio di case albergo, di centri attrezzati ad hoc. Organizzando servizi di approvvigionamento alimentare a domicilio in totale sicurezza e quant’altro possa servire per garantire tutela, mezzi di comunicazione e sollievo per queste persone, che dovranno prolungare ad oltranza la resistenza alla minaccia del virus.
  2. Una progressiva ma rapida ripresa di tutte le attività (magari in principio anche solo su base volontaria e dispensandone comunque gli individui a rischio) mantenendo e ricalibrando tutte quelle norme di prevenzione (distanze, mascherine, guanti, regole igieniche, protocolli etc) per limitare i contagi.
  3. Mantenere alto il livello prestazionale degli ospedali, assicurando i presidi e i posti letto già incrementati, perché il virus continuerà a circolare ancora, sia pure incontrando prede più attrezzate, previdenti e resistenti.

Se tutto va bene, potremmo sperare che tra un mese la curva dei contagi e dei decessi volga decisamente al ribasso. Significherebbe che l’ecatombe è il frutto di contagi indiscriminati avvenuti principalmente nel periodo non protetto, che infine si ridimensiona per effetto di tutti gli accorgimenti adottati. Ma sarebbe velleitario immaginare di debellare completamente un virus che continuerà ancora a circolare in Europa, e che potrebbe rientrare dalla finestra in qualunque momento. O magari assopirsi a luglio per ricominciare a settembre.
Non possiamo rischiare di stare tutti fermi a tempo indetereminato. Un incubo troppo grande, anche sotto il profilo mentale. Anche perché il vaccino arriverà tra un anno e mezzo, a detta degli scienziati, che motivano la tempistica con la garanzia essenziale della sicurezza.

Razionalizziamo dunque il problema e cominciamo a muoverci. Se fosse la peste che non dà scampo, non avremmo alternative. Ma qui, i dati ci raccontano un’altra storia. Ci indicano che la più parte di noi, se lo vuole, potrà anche permettersi il lusso di sfidare il virus a viso aperto. E allora coraggio. È in gioco il futuro.