Europa, serve unità

La crisi economica che la pandemia ha generato a livello mondiale necessità di interventi rapidi e concreti. La scelta dei due aggettivi non è casuale. Rapidi, perché è necessario agire immediatamente senza ulteriore indugio; concreti, perché è vitale immettere liquidità nel sistema economico per dare sostegno a famiglie, lavoratori, imprese e liberi professionisti. Il tema è campale. Senza liquidità si rischia la lacerazione del tessuto sociale del paese, con conseguenze di ordine pubblico devastanti.

I paesi europei maggiormente colpiti dal COVID-19 da soli non possono vincere la sfida economica che segue a quella sanitaria. Il motivo è facilmente intuibile. Rispetto a fenomeni di portata globale, è necessario adottare misure di uguale forza e misura.

Un esempio è dato dall’America. Il Presidente Trumph ha detto chiaramente che il Governo centrale aiuterà ogni singolo stato colpito dal coronavirus con dazioni in danaro in favore di famiglie e imprese.

Nella UE la situazione è, purtroppo, frammentata. Questo non giova a nessuno. Sia chiaro. Non giova ai paesi come Italia e Spagna, che hanno necessità di maggiori aiuti per sostenere le loro economie, ma non giova neanche a quei paesi come l’Olanda e la Germania, che con il loro atteggiamento poco votato alla solidarietà tra gli stati, indirettamente, rafforzano le posizioni di coloro i quali fanno dell’antieuropeismo il loro mantra.

Su quest’ultimo tema, mi sia consentita una riflessione: chi mette in discussione la nostra partecipazione all’Unione Europea e chiede un nostro disimpegno, non può limitarsi ad una mera dichiarazione propagandistica.  Deve dire chiaramente come fare e prospettare la soluzione per un impegno che sarebbe difficoltoso. Impegno che, tra l’altro, comprometterebbe i nostri rapporti internazionali con costi economici, sociali e politici a nostro esclusivo carico.

Serve unità! Serve ritrovare quello stesso spirito unitario che motivò i padri fondatori nella ideazione e realizzazione della casa comune europea.  Servono azioni chiare e condivise.

Nei giorni scorsi Mario Draghi dalle colonne del Financial Times aveva dichiarato: «Siamo in guerra, agiamo insieme». L’ex presidente della BCE si era detto favorevole ad una linea europea di espansione finanziaria mediante l’aumento del debito degli Stati membri, magari mediante l’emissione di debito comune come i c.d. coronabond.

Ma le posizioni europee, purtroppo, restano distanti. Tant’è che a margine del Consiglio Europeo di ieri, il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte non ha sottoscritto il documento finale perché le misure in esso proposte sono apparse insufficienti a fronte delle nostre richieste.

Addirittura in una nota diffusa in serata da Palazzo Chigi si legge che il Presidente Conte avrebbe detto ai partener europei: «Come si può pensare che siano adeguati a questo shock simmetrico strumenti elaborati in passato, costruiti per intervenire in caso di shock asimmetrici e tensioni finanziarie riguardanti singoli Paesi? Se qualcuno dovesse pensare a meccanismi di protezione personalizzati elaborati in passato allora voglio dirlo chiaro: non disturbatevi, ve lo potete tenere, perché l’Italia non ne ha bisogno».

Oltre al netto rifiuto delle conclusioni, il primo ministro ha dato all’Unione europea un tempo preciso, 10 giorni per “battere un colpo” e trovare una soluzione adeguata alla grave emergenza che tutti i Paesi stanno vivendo”.

Speriamo che il messaggio sia stato recepito. Nei prossimi giorni sapremo.