Draghi: la coerenza e la continuità di un progetto europeista

La forte e risoluta asserzione di Draghi sul Financial Time finalizzata a sostenere un poderoso intervento finanziario in deficit del governo italiano per contrastare i pericoli economici e sanitari del Covid 19 hanno certamente innescato reazioni contrastanti. In quelli che da sempre hanno apprezzato e sostenuto il Draghi convinto ed attivo fautore dei conti pubblici in ordine dei paesi dell’area Euro, la dichiarazione molto probabilmente ha innescato timori di un problematico e possibile ripensamento dell’autore, con conseguenze che al momento potevano anche suggerire preoccupanti scenari. Viceversa la categoria dei detrattori “dei burocrati di Bruxelles”, sempre pronti a censurare e contrastare ogni sollecitazione indirizzata alla salvaguardia degli adeguati ed equilibrati livelli della dinamica della spesa pubblica italiana, è stata forse tentata di inneggiare alla “conversione” dell’ex presidente della BCE; apparendo egli ai loro occhi come il neo paladino dell’autonomia e della libertà (sperpero?) di spesa pubblica, utilizzando risorse monetarie non possedute e non disponibili.

La verità è che ancora una volta Mario Draghi, assertore e sostenitore del MES per l’area Euro, dimostra di avere una radicata, risoluta e convinta visione per la UE di un futuro politico, solidale, e sociale; e che la sicurezza economica dell’Italia è intrinsecamente connessa alla forza ed alla stabilità della moneta comune. Draghi ci dice in sostanza che la risposta diretta e più efficace alla crisi ed alla recessione conseguente alla pandemia è rappresentata dallo strumento finanziario insito nei bond europei, in quanto concreta manifestazione di un credibile progetto unitario dell’UE. Ma ci dice pure che questo strumento finanziario non deve servire per annebbiare gli storici debiti sovrani, per i
quali ogni paese deve individuare uno specifico ed autonomo percorso di risanamento, né per finanziare spesa corrente clientelare ed elettorale. Ma devono essi rappresentare appunto l’intervento per contrastare la crisi innescata dal Covid 19, che si dimostra foriera di effetti più acuti, più profondi e più drammatici di quella del 2008. Draghi coerente e conseguente con il suo “Whatever it takes” di allora, oggi sollecita gli italiani a metabolizzare rapidamente che l’obiettivo prioritario da conseguire, insieme alla tutela
della salute, è la difesa dei cittadini, delle famiglie, e delle imprese; soggetti tutti che non devono subire gli effetti nefasti di una pandemia rispetta la quale non portano alcuna responsabilità, e pertanto devono essere preservati da ogni possibile negatività. Draghi è sicuramente conscio che una espansione del debito pubblico italiano potrebbe non essere privo di effetti negativi sui mercati finanziari, ma nel contempo egli conosce perfettamente la rete di protezione messa in atto con il Q.E, che può garantire una adeguata barriera alle speculazioni finanziarie sullo spread. Senza tale efficace strumento comunitario, che oggi può contare su un ammontare di oltre 750 MLD di euro, ma facendo solo affidamento sul potenziale economico nazionale, l’intervento finanziario opportunamente da egli indicato avrebbe potuto comportare limiti quantitativi e difficoltà monetarie molto consistenti.

Dobbiamo tutti, paesi del Nord Europa in testa, convenire che senza una sicura prospettiva di conservazione e di difesa del sistema produttivo globale non ci potrà essere nessuna seria prospettiva sociale per il dopo pandemia; per questo è essenziale la solidarietà comunitaria. Riportato all’Italia, questo è il senso della sollecitazione espressa da Draghi; ma anche questo è quanto sostenevo io nel mio scritto del 7 marzo u.s dal titolo “Se non ora quando”.