Corrado Ocone: «La libertà è per chi se la merita. E gli italiani non sempre ne sono stati degni»

«Che ne è della libertà ai tempi del Coronavirus?» Si chiedeva Corrado Ocone qualche giorno fa su Start Magazine. Ocone è un filosofo, giornalista, scrittore. Uno degli intellettuali che ha sottoscritto l’appello di qualche giorno fa di Marcello Pera. In uscita un suo nuovo lavoro (Coronavirus: fine della globalizzazione), in edicola dal 2 aprile con Il Giornale.

«È una domanda che dobbiamo porci, possibilmente al di fuori da ogni retorica, compresa quella liberale. E dobbiamo porcela, a mio avviso, ascoltando prima di tutto la voce della filosofia, la quale, permettendoci uno sguardo distaccato sulle cose, porta al concetto e può dare almeno un senso a quello che tutti stiamo facendo in questi giorni: isolarci, annullare gli impegni pubblici, tenere a freno la conflittualità politica, ecc. ecc. Senonché la filosofia, come è noto, “giunge sul far del tramonto”, come la nottola di Minerva». Forse lo stesso Hegel avrebbe poco da dire.

«Il Coronavirus, con tutto quello che gli ruota attorno, interroga la filosofia, ma la filosofia non è ancora in grado di parlare (e nemmeno la storia visto che siamo sommersi dalla cronaca che in ogni momento ci porta davanti agli occhi nuovi scenari e ci impone decisioni rapide). Fatte queste doverose premesse, credo però che qualche brandello di verità, da questo faccenda, già la si può trarre. Intanto, l’acquisita consapevolezza che l’ideologia del Progresso è appunto un’ideologia, quindi è un pensiero errato. Essa, come è noto, fu elaborata dagli illuministi francesi due secoli e mezzo fa, ma da allora, pur essendo stata messa in crisi filosoficamente da più parti, è diventata, almeno qui in Occidente, un modo di pensare comune, quasi un a priori mentale: profondo e superficiale insieme. Fino a quando la storia, quando meno te lo aspetti, ti presenta il conto.

Spero che, con la boria progressista, possa aver fine pure quella stupida considerazione del Medio Evo come di un insieme di “secoli bui”, che è un altro lascito avvelenato dell’età che si è proclamata “dei lumi”. Una pandemia come l’attuale, ci trova inermi né più né meno come era per la peste a quei tempi. Cade quindi anche un altro mito, quello della Tecnica che tutto può: che controlla, previene, cura, salva. Certo, i vecchi virus sono stati sconfitti coi vaccini, benemeriti, ma altri e diversi e più resistenti possono sorgere in ogni momento.

La lotta dell’uomo con la natura non finisce mai: è la dialettica della vita. E in più la scienza è in mano agli scienziati, cioè a un gruppo umano come gli altri, con una buona quota di interessati e speculatori (la “feccia di Romolo” di vichiana memoria). E giungiamo infine alla libertà. Concepita in modo empirico, come ha fatto il liberalismo ideologico o l’anarchismo, essa va in tilt. E mai come in questi giorni sembra chiaro. Non hanno i liberali sempre considerato, da John Locke in poi, la libertà di associazione una delle prime e fondamentali».

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