Unione (di ieri) e disunione (di oggi)?

Ieri nella giornata dedicata al Sommo Poeta ho ripreso uno dei passaggi più importanti della Divina Commedia; dalla 40° terzina dell’Inferno XXVI canto:

«Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino».


Un passaggio che – almeno personalmente – associo anche alla giornata di ieri per il 63° anniversario della firma dei Trattati di Roma.
Perché? Per due considerazioni: la prima legata alla nostra (presunta) virtù e alla nostra (poca) conoscenza che dovrebbero evitarci di vivere come “bruti”; la seconda che con i nostri “compagni” (europei) facciamo da quella fatale data (25 marzo 1957) delle nostre politiche (“remi” nazionali) un “volo” soltanto perché ci stiamo dotando di “ali” per un viaggio più sicuro e più spedito verso il domani.
I due Trattati firmati a Roma in Campidoglio, il trattato che istituiva la Comunità economica europea (CEE) e il trattato che istituiva la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom) arrivavano dopo una splendida stagione di riforme e di “visione” che partivano dalla dichiarazione Schuman (9 maggio 1950) e il conseguente trattato della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), firmato a Parigi il 18 aprile 1951.
Bisogna dire, per amor di storia, che un travaglio ai Trattati di Roma lo abbiamo avuto: il fallimento della Comunità europea di difesa, col rinvio sine die dell’ordine del giorno all’Assemblea nazionale francese ha scalfito il percorso, a nulla potendo un declinante impulso dell’illuminato De Gasperi.
Però grazie alla forza e alla lungimiranza politica e da grandi statisti, da un Monnet a uno Spaak a uno Sforza e un Martino dalla conferenza di Messina del 1955 ci siamo risollevati perché altrimenti il tribunale della storia sarebbe stata impietosa, per loro, nella loro altissima profilazione di obiettivi per la costruzione di una unità europea reale.
Jean Monnet ebbe l’intuizione di prendere ciò che di positivo c’era (lui già consigliere di Schuman e vero regista della Dichiarazione) nella CECA, e portarne la ratio a più ambiti, secondo una tecnica che i più individuano come funzionalismo, dall’esistente al persistente e poi all’allargamento a nuove competenze e via via, dalle politiche sui trasporti all’energia nucleare.
All’epoca il progetto di Monnet trovò sponda nel Ministro degli esteri olandese, Beyen che spingeva addirittura per una vera unione economica; loro con Paul-Henri Spaak arrivarono a proporre un memorandum proprio con questo obiettivo, la Conferenza di Messina fece tutto il resto.

Furono anni incredibili. Di necessità (evitare che gli “interessi” nazionali prevalessero su quelli comuni) si fece virtù (sottoscrizione di trattati a garanzia, con cessioni di sovranità limitate ma reali in alcuni campi determinati).
Oggi viviamo una situazione drammaticamente paragonabile ad una guerra in corso. Si cercano strumenti e soprattutto pretendiamo soluzioni immediate a ciò che altrimenti, e inesorabilmente, ci aspetterà alla fine di questo tunnel di lotta alla pandemia da Covid-19 sia dal punto di vista economico che sociale.
La Banca centrale europea l’unica istituzione dell’UE di stampo federale ha avviato un nuovo maxi programma di acquisto di titoli pubblici e privati sul mercato secondario per sostenere l’economia della zona euro: il c.d. Programma di acquisto di emergenza pandemica (PEPP) che avrà una dotazione complessiva di 750 miliardi di euro (80 al mese).
La straordinarietà dell’intervento l’ha sottolineato la presidente Lagarde: «Non ci sono limiti al nostro impegno nei confronti dell’euro, e in tal senso siamo determinati a sfruttare tutto il potenziale dei nostri strumenti, nell’ambito del nostro mandato».
E la memoria corre all’affermazione del precedente presidente BCE, Mario Draghi, al famoso “whatever it takes” (del 2012) che sprigionò una reazione mai prodotta prima dalla BCE col c.d. Quantitative Easing a sedare, dal 2015, gli effetti ancora persistenti della crisi finanziaria ed economica del 2008.

Oggi ci troviamo davanti una crisi ben diversa che, come hanno sottolineato in un documento di ieri inviato al presidente del Consiglio europeo Michel i capi di stato e di governo di 9 paesi dell’UE è “simmetrica” e riguarda tutti gli Stati (1).

Si sta attraversando una fase delicata negli equilibri finanziari e riguardo la stabilità e l’esistenza stessa del sistema monetario e degli strumenti ad esso associati di finanziamento e coordinamento (Meccanismo europeo di stabilità e Fiscal compact).
Proprio sulla possibilità di finanziamento per una potenziale immediata ripresa economica, è stato suggerito in questi giorni un approccio (tanto per tornare all’impatto del Covid-19 sulle economie) da fine della Seconda Guerra Mondiale: «La ricostruzione dovrà avvenire non sulla base del vecchio modello di sviluppo, inquinato e inquinante, bensì mirando alla costruzione di un sistema economico sostenibile, equo e carbon free. Il vecchio sistema muore con il coronavirus, anche se la transizione sarà non breve e costosa. Il finanziamento di questa transizione avverrà largamente attraverso emissione di titoli, secondo diversi canali e con alcune condizioni” hanno affermato Majocchi e Jozzo.

Per arrivare a ciò però è necessario un passo in avanti delle Istituzioni economiche dell’UE, che a ieri, anche dopo due ore di video conferenza, i ministri delle Finanze della zona euro non hanno fatto. L’utilizzo del Meccanismo europeo di stabilità, come gli eurobond, non sono stati vagliati in un documento perché nessun documento è stato emesso dall’Ecofin.
All’Italia servirebbero 36 miliardi per mettersi in zona di sicurezza. Il MES ha una dotazione di 410 miliardi. E allora di cosa si discute? Della accessibilità alla dotazione di credito, per potervi fare fronte è necessario sottoscrivere un programma di “rigorosa condizionalità” con impegni sulla riduzione del debito. A trattati vigenti il “vantaggio” della condizionalità permetterebbe anche l’intervento del programma della Bce denominato Omt, programma di acquisto illimitato di titoli così da contenere i tassi d’interesse sul debito e liberare risorse.
Oggi si riunirà il Consiglio europeo che dovrà decidere senza retorica e senza perdere tempo ulteriore. La cronaca ci dice che da una parte Paesi come Austria, Olanda, Finlandia e Germania vorrebbero mantenere i vincoli della “condizionalità”, dall’altra Paesi come l’Italia, che, a causa della dimensione smisurata di debito pubblico, potrebbe essere incentivata ad aumentare anziché ridurre gli impatti negativi sulla finanza pubblica.