Finchè il problema è solo italiano non ci saranno “Euro” bond

La chiusura di Peter Altmaier agli Eurobond, nella scia di quella scontata di Olanda e Finlandia, punisce – giustamente- una gestione affannosa e maldestra da parte italiana della partita a lungo termine che si apre in Europa per contenere la preannunciata, severa recessione su scala mondiale. La tempestiva, e positiva, sospensione del Patto di Stabilità è stata interpretata in Italia come l’occasione per riproporre vecchie scorciatoie (come la mutualizzazione del debito attraverso gli Eurobond) indigeste al fronte “anseatico”, capeggiato dall’Olanda ma ispirato dall’ala dura tedesca che ha prontamente chiuso lo spiraglio aperto da Ursula von der Layen. Peggio ancora l’ipotesi di ricorso alle risorse del MES per le note condizionalità che esso comporta.

In altri termini, in entrambi i casi si è scelta la solita strada, perdente e subordinata, della richiesta di “aiuto” seconda una radicata cultura nazionale. Anche il coordinamento con Francia e Spagna è stato impercettibile e comunque aleatorio giacché le situazioni e gli approcci sono differenziati. Una vera “linea” sul finanziamento dell’emergenza prima, della ripresa poi deve essere nazionale e comunque autonoma, cioè poggiante su due capisaldi che ci consentano di cogliere, in Europa, le opportunità che si presenteranno: 1. Un programma “italiano” di investimenti pubblici, serio e credibile, autentico volano per il settore privato anche attraverso lo shock fiscale da tutti invocato ovvero formule “ibride” vicine al “project financing”, ricordato da Paolo Eliezer Foà, ed ai fondi di investimento tematici. Infatti, su tali obiettivi e strumenti andrebbe in parallelo mobilitata la comunità finanziaria, nazionale ed internazionale, al duplice scopo di attirare risorse per l’economia reale e di evitare che il maggiore indebitamento iniziale non faccia scattare la molla speculativa dello “spread”. 2. Quando anche i signori Mark Rutte, Altmaier e qualche “alieno” finlandese e lettone si renderanno conto che la posta in gioco è la tenuta non solo dell’Eurozona (che in effetti loro preferirebbero sostituire con una super-eurozona cioè una nuova area del Marco) ma della stessa Unione Europea, cui la Francia e la stessa Germania tengono per evidenti esigenze geopolitiche nella competizione globale, forse l’adozione di strumenti innovativi “europei” sarà la risultante di una dinamica condivisa e non di un’isolata ed intempestiva richiesta del solito “paziente italiano” (non solo di Covid-19).