Michele Polini: «Noi repubblicani dobbiamo essere gli apostoli della normalità»

Va tutto bene. Insomma, in realtà no. Ma qualche buona notizia, a saperla raccontare, c’è. C’è per esempio che in questa terza settimana di sospensione delle libertà individuali, sociali ed economiche per il secondo giorno consecutivo i dati sono in discesa. C’è che, empiricamente, le cure si stanno dimostrando efficaci. C’è che la risposta, il vaccino, esiste già, si tratta magari di accelerare i tempi di test. 

«La felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce» (J.J. Rowling)

C’è che intanto, aspettando fra qualche settimana di avere intanto il controllo sul virus, stiamo per affrontare una profonda crisi economica, nella speranza che Stati Uniti ed Europa possano fare la differenza, ma anche consumando valori che credevamo assodati.

«La paura è una cattiva consigliera, ma fa apparire molte cose che si fingeva di non vedere», ha scritto Giorgio Agamben, e ci sembra essenziale condividere le sue riflessioni. «La prima cosa che l’ondata di panico che ha paralizzato il paese mostra con evidenza è che la nostra società non crede più in nulla se non nella nuda vita. È evidente che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa. Gli altri esseri umani, come nella pestilenza descritta da Manzoni, sono ora visti soltanto come possibili untori che occorre a ogni costo evitare e da cui bisogna tenersi alla distanza almeno di un metro. I morti – i nostri morti – non hanno diritto a un funerale e non è chiaro che cosa avvenga dei cadaveri delle persone che ci sono care. Il nostro prossimo è stato cancellato ed è curioso che le chiese tacciano in proposito. Che cosa diventano i rapporti umani in un paese che si abitua a vivere in questo modo non si sa per quanto tempo? E che cosa è una società che non ha altro valore che la sopravvivenza?».

«L’altra cosa, non meno inquietante della prima, che l’epidemia fa apparire con chiarezza è che lo stato di eccezione, a cui i governi ci hanno abituati da tempo, è veramente diventato la condizione normale. Ci sono state in passato epidemie più gravi, ma nessuno aveva mai pensato a dichiarare per questo uno stato di emergenza come quello attuale, che ci impedisce perfino di muoverci. Gli uomini si sono così abituati a vivere in condizioni di crisi perenne e di perenne emergenza che non sembrano accorgersi che la loro vita è stata ridotta a una condizione puramente biologica e ha perso ogni dimensione non solo sociale e politica, ma persino umana e affettiva. Una società che vive in un perenne stato di emergenza non può essere una società libera. Noi di fatto viviamo in una società che ha sacrificato la libertà alle cosiddette “ragioni di sicurezza” e si è condannata per questo a vivere in un perenne stato di paura e di insicurezza. Non stupisce che per il virus si parli di guerra. I provvedimenti di emergenza ci obbligano di fatto a vivere in condizioni di coprifuoco. Ma una guerra con un nemico invisibile che può annidarsi in ciascun altro uomo è la più assurda delle guerre. È, in verità, una guerra civile. Il nemico non è fuori, è dentro di noi».

Ma il segretario del PRI Corrado De Rinaldis Saponaro, che ieri è intervenuto con un videomessaggio, è convinto: «Da tutto questo ne usciremo, con un rinnovato spirito di comunità». Abbiamo intervistato il segretario dell’unione romana Michele Polini.

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