Alberto Arbasino: un’uscita con stile

Proprio in questi giorni ci saremmo aspettati una sua espressione, un’analisi, uno sguardo su questo Paese colpito e affondato dalla malattia. Una battuta essenziale e sarcastica che fotografasse gli italiani al tempo del Coronavirus. Ma Alberto Arbasino ha preferito il silenzio, e se ne è andato, con stile insieme a molti altri italiani. Lui, il dandy, l’irriverente dissacratore di ogni conformismo. Il “non assimilabile” per eccellenza. Lo
scrittore che frequentava Gore Vidal e che era amico di Nurejev. Nel corso di una serata romana il celebre ballerino, annoiato in un salotto, gli confidò in un orecchio che in quella stanza c’erano troppi comunisti. Alberto annuì, rispose: «Non preoccuparti, sono tutti finti…».

Da sempre diviso tra la politica, gli studi giuridici e la scrittura, Arbasino seppe unire le sue passioni inventandosi cantore solitario e fuori dal coro di un Paese sempre in ritardo con la Storia. I suoi esordi come scrittore sono infatti pubblicazioni narrative e saggistiche ospitate su riviste giuridiche o letterarie. Fino a quando il tutto si unì in uno stile unico e assolutamente inimitabile. Era un milanese di Voghera trapiantato a Roma. Conservò la sua milanesità mantenendo un carattere tipicamente mittleuropeo e cosmopolita, denunciando il provincialismo italiota. Il successo gli arriva con il romanzo Fratelli d’Italia, ed è già Arbasino. Il romanzo divenne subito un classico e fu ristampato più volte, l’ultima nel 1993 per Adelphi (riscritto e aggiornato) , come quasi tutti i suoi
lavori. Qualcuno provò a dare una definizione al romanzo. Ma era francamente impossibile. Sì, era un romanzo su un viaggio, ma non era riconducibile al classico On The Road. Era un romanzo sul rapporto tra due giovani che attraverso quel viaggio scoprono l’Europa e i sentimenti, ma non è il classico Buildungsroman. Né Jules e Jim. Siamo nel pieno della poetica del Gruppo’63, ma non è una sorta di roba destrutturante né nel linguaggio né nella trama. Nel plot. Anzi, molti anni dopo, confessò a Pier Vittorio
Tondelli
che in realtà non ha mai sopportato tutti quei “coccodè” che andavano tanto di moda tra quelli del Gruppo’63. Ah, che tempi, signora mia!!! Quanto ci manchi, eppure te ne sei andato via solo ieri! Accidenti a te! Cosa avresti detto, oggi, dai? Quale battuta avresti coniato per sdrammatizzare questa tragedia? E cosa avresti detto di questa nostra classe dirigente, così inappropriata e inadeguata? Tu che hai studiato anche a Harvard come borsista, tu che sei davvero un uomo di cultura in mezzo a governanti che
disprezzano i congiuntivi e la lingua italiana, tu che sei di Voghera e sei il padre di espressioni come “La Casalinga di Voghera”, tu che parli cinque lingue…beh qualcosa ce la dovevi dire, cazzo!!! Non potevi aspettare un altro po’? Tu che sei stato un Repubblicano vero, un uomo libero, un laico in mezzo a un’Italia democristiana e comunista? Tu che ti sei fatto un’intera legislatura, la nona, durante il Governo Craxi, e che hai visto in quegl’anni l’unico momento in cui il Paese si è dato una mossa… tu che hai fatto il deputato seriamente e fino in fondo, almeno una frase avresti dovuto lasciarcela. Magari scritta su un biglietto sotto il cuscino, su un whatsapp, o dove cavolo avresti voluto! Avresti potuto lasciarlo anche in frigorifero… Hai avuto tutto, una vita strapiena, hai conosciuto tutti i più grandi scrittori, attori, registi, politici… hai ricevuto
tutti i premi possibili, che ti costava una frase in più, una boutade delle tue, che avrebbe stroncato il Potere e che avrebbe dato forza a chi sta combattendo ogni giorno?! Ma non hai ritenuto fosse il caso. E così, da autentico dandy, hai preferito il silenzio. Oggi.

Forse avremmo dovuto aspettarcelo, caro Alberto. In fondo abbiamo avuto modo di conoscerti, hai sempre saputo essere nei tempi giusti. Eh sì, signora mia, che volevamo di più da un uomo come lui? Siamo sempre troppo pretenziosi, signora mia. Quanto ci sarebbe da dire su A.A…. quanto ci sarebbe da ragionare sui suoi libri sulla sua opera, sui suoi primi racconti che con understatement divennero cinema (La Bella di Lodi, scritto su Il Mondo…). Non abbiamo detto nulla su Super Eliogabalo. Non abbiamo detto nulla su Parigi o cara… nulla su Rap ( dove hai preso in giro tutti e non hai risparmiato nessuno di quest’Italia dei primi anni duemila). Non abbiamo detto che, proprio nella tua irriverenza, hai sempre giustamente preteso molto di più dal tuo Paese. Perché sei stato un grande
italiano, caro Alberto! E se lo ricordi bene anche lei, signora mia!