Virusbond

È la notizia più importante, con notevoli implicazioni politiche, ma i giornali la perdono, nonostante sia nota da ieri sera, poco dopo le 21: il cancelliere della Repubblica federale tedesca afferma “li considereremo”, relativamente a titoli di debito europeo, e il capo del governo Olandese nicchia, ma non esclude. Due segnali che comportano conseguenze di rilievo.
Fin qui a impedire l’emissione di quei titoli, detti “eurobond”, nonostante sia evidente che le somme raccolte sarebbero la nascita di un vero bilancio Ue, oggi limitato all’1% del prodotto interno lordo, sicché capita che tutti gli antieuropeisti chiedano all’Ue di fare con l’1% quello che loro non sono capaci di fare con il 50%, a impedire la loro nascita, dicevo, sono stati due contrapposti vizi: quello del pareggio di bilancio, che pur avendo non trascurabili radici storiche impedisce fioriture odierne, e quello dell’aumento del debito come soluzione di tutti i mali, compreso quello del debito troppo alto. Due dogmi ottusi, come tutti i dogmi. Ma l’uno a far da alibi all’altro, complici nel boccare la nascita di debito europeo.
Il virus distribuisce carte diverse per una storia diversa. Sarebbe stolto, fin a divenir criminale, dire: vince questa o quella a scuola, i rigoristi o gli scialacquisti. È una storia diversa. Da una parte c’è la necessità di fare fronte alle spese sanitarie, che pur ingenti non sono comunque tali da terremotare i fondamentali dei bilanci statali, dall’altra, però, il virus è solo un’aggravante di difficoltà preesistenti e l’interazione fra le due cose innesca una stagione di recessione. Quanto lunga? Non si sa. Quanto profonda? Difficile dirlo. Di sicuro, però, né breve né superficiale. Ecco che il debito europeo potrebbe nascere, sia sotto la forma di titoli specifici (meglio), che del Mes, fondo salva Stati, svincolato dalle norme che ora lo regolano (meglio di niente), indirizzato da subito alle spese sanitarie e lasciando la possibilità di valutare poi quanto lunga e profonda sarà la recessione.
Come che vada, comunque, quelle dichiarazioni sono state rese, e questo segnala una nuova situazione: la linea di separazione fra le diverse tesi non passa più (solo) per i confini nazionali, ma li taglia trasversalmente. Merkel ha parlato a ragione veduta. Se una francese, venendo da uno Stato indebitato non quanto noi, ma comunque troppo, e finita a capo della Bce afferma che “non siamo qui a occuparci di spread”, e se una tedesca, esponente della Cdu, corre a correggerla riportando in sede politica (la commissione) il ruolo di non dividere gli interessi dei Paesi membri, è ora di capire che è in corso un confronto titanico fra due idee d’Europa. Il che mi rallegra assai, da europeista, perché solo i fessi possono credere che se si è democratici si plaude a tutto quello che fa una democrazia: si combatte per le proprie idee, escludendo da quelle la voglia di demolire il meglio che c’è.
Una postilla: il tempo non solo è denaro, ma costa assai. Quel che i giornali italiani di oggi hanno ignorato il resto del mondo lo ha visto. Il sismografo dello spread segnala che le faglie si muovono. Tenere il piede su tutte scianca.