Il pericolo di una dittatura sanitaria

Nel piccolo mondo attorno a L’Iniziativa Repubblicana, le prime firme ad invitare a non farsi vincere dalla paura, di non mettere in soffitta la democrazia, i suoi valori e i suoi tempi in nome dell’emergenza sono stati Mauro Mellini e Pierpaolo Segneri. Con toni diversi la preoccupazione per la sospensione delle libertà democratiche è arrivata anche in ambito repubblicano, con Davide Giacalone, il vicesegretario nazionale Riccardo Bruno e Oliviero Widmer Valbonesi. La criticità ‘tecniche’ dei decreti del Governo sono state anche riconosciute da Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale in una recente intervista su Radio Radicale. In realtà è impressionante come il fronte di chi guarda con grossa preoccupazione i provvedimenti presi, venga dagli ambiti culturali più disparati, come notava nell’HuffPost Corrado Ocone. Il Coronavirus interroga il valore che diamo alla nostra libertà. Certo, l’emergenza dovrebbe mollare la presa tra 2-3 settimane, ma nel frattempo non si può ignorare la posizione del filosofo Paolo Becchi, vicina forse a quella di Bruno, che paventa soprattutto che, di emergenza in emergenza, noi si possa rinunciare, in nome della sicurezza, ad una sostanziosa dose di libertà anche in futuro.

«Anche se avrò aiutato una sola persona a sperare non avrò vissuto invano» (Martin Luther King)

Né può essere taciuta la questione della privacy, sia per quanto riguarda gli spostamenti che le condizioni di salute o il trattamento di dati sensibili. Da questo punto di vista si è mosso anche il Garante Antonello SoroChe il virus non contagi la democrazia»).

Lontanissimo dal mondo liberale e repubblicano, si è mosso anche Marcello Veneziani. «Stiamo sperimentando sulla nostra pelle che nel nome della salute è possibile revocare la libertà, sospendere i diritti elementari e la democrazia, imporre senza se e senza ma norme restrittive, fino al coprifuoco. È possibile mettere un paese agli arresti domiciliari, isolare gli individui, impedire ogni possibile riunione di persone, decomporre la società in molecole, e tenerla insieme solo con le istruzioni a distanza del potere sanitario. Più magari un vago patriottismo ricreativo e consolatorio, da finestra o da balcone… Nessuno mette in discussione la profilassi e la prevenzione adottate, si può dissentire su singoli provvedimenti, su tempi, modi e aree di applicazione; ma nessuno vuol farsi obiettore di coscienza, renitente, se non ribelle, agli imperativi sanitari vigenti. E comunque tutti li accettiamo col sottinteso che si tratta di un periodo breve, transitorio, uno stato provvisorio d’eccezione».

Marcello Veneziani

«Il tema di fondo è antico quanto l’uomo e la politica. Il potere regge sulla paura, lo diceva Hobbes e in modi diversi Machiavelli. E lo dicevano gli antichi prima di loro. E la paura è sempre, alla fine, paura di morire. A volte si affronta e si addomestica quel timore attraverso due grandi rielaborazioni mitiche e sacrali: la visione eroica della vita o la visione religiosa ultraterrena. Se il modo in cui spendi la vita vale più della vita stessa, se l’aspettativa dell’Aldilà supera la difesa della pelle qui e ora, ad ogni costo, allora magari puoi scommettere fino in fondo. Se sei disposto a rischiare anche la vita hai una libertà che nessuno può toglierti. Ma se tutto è qui e non ci aspetta altro, né la gloria né l’eternità, allora la vita è l’assoluto e per lei siamo disposti a tutto, in balia di chiunque possa minacciarla o proteggerla. La libertà dalla paura ha anche una variante disperata: se vivi nella schiavitù e nella miseria più nera, se non hai nulla da perdere se non il tuo inferno quotidiano, allora forse sei disposto a mettere a repentaglio la tua incolumità e perfino la tua sopravvivenza. Ma se tutto sommato hai la tua casa e i tuoi minimi agi, la tua vita passabile, se non serena, allora no, la salvaguardia della salute è imperativo assoluto, e giustifica ogni rinuncia. E la nostra è una società salutista e in fondo benestante, che ha un solo, umanissimo e unanime imperativo, vivere più a lungo possibile e possibilmente bene. Di conseguenza davanti al terrore di contaminarsi e al rischio di morire, non c’è diritto, libertà, voto, opinione che tenga. Prima di tutto la salute. La voglia di sicurezza, fino a ieri esecrata, diventa una priorità assoluta. È la biopolitica.

Se riscrivessimo oggi 1984 o La Fattoria degli animali di George Orwell, Il mondo nuovo di Aldous Huxley o Il Padrone del Mondo di Robert Hugh Benson, se immaginassimo una distopia, cioè un’utopia negativa nel futuro, figureremmo un potere totalitario che usa la sanità, il contagio e la protezione dal contagio come la sua arma di dominazione assoluta. Magari non limitandosi a fronteggiare i casi di contagio ma procurandoli perfino, per esercitare poi il suo potere totalitario sulla società o su paesi che resistono alla sottomissione.

Stiamo parlando di letteratura e non di realtà storica, sappiamo distinguere tra i fatti e l’immaginazione, non ci lasciamo prendere da nessuna sindrome del complotto diabolico. Però la letteratura a volte enfatizza, figura, esprime alcune latenti ma reali preoccupazioni della gente e a volte – pur nella sua narrazione fantasiosa – coglie alcune inquietanti tendenze e costeggia perfino alcune profezie. Pensiamoci, pur mantenendo lo scarto tra la realtà e l’immaginazione».