Le borse parlano, nessuno ascolta

Puntuale come il raffreddore stagionale, è arrivata la levata di scudi contro gli speculatori che stanno affossando le Borse con massicce vendite. La tecnica è la solita: dare la colpa a degli invisibili altri e trattare il popolo come il cane di Mustafà (cit. Tomas Milian). Non che il popolo non se lo meriti; gli Italiani soffrono di una acuta sindrome di Stoccolma e sono pervicacemente infatuati del carceriere. Nel mentre, i mercati parlano e indicano con chiarezza cause, sintomi e terapia. Per recuperare le direzione di marcia sarebbe sufficiente ascoltare. Ovviamente, non si farà.

In questa fase, più di ogni altro fattore, la borsa riflette in tempo reale gli effetti di alcune criticità strutturali.

La prima: l’Uem non funziona. Mentre la Bce decide di non decidere mettendo in cantiere una rispostina anemica alla pandemia, la Germania immette 550 miliardi nell’economia domestica a sostegno della domanda. Ovviamente, c’è sempre il genio di turno che spiega si tratta di una operazione contabile di 100 miliardi sul bilancio di Kfw, ma senza evidenziare che questa è sottratta dal perimetro del debito pubblico ed esentata dalle regole dell’Unione bancaria. Gli investitori capiscono, e di conseguenza la Borsa segnala l’asimmetria nell’Unione monetaria, prezzando lo squilibrio interno nell’Eurozona.

La seconda: il governo italiano è incapace; ha trasformato un’emergenza sanitaria in uno psicodramma nazionale.

La terza: la capitalizzazione complessiva della Borsa di Milano è talmente piccola e con un flottante tanto limitato da soffrire particolarmente la volatilità. Le opportunità di speculazione vengono dunque amplificate – size matters! Il pricing degli asset finanziari è soggetto a distorsione. Molti titoli sono prezzati a sconto sulla cassa netta. Il rischio è che le industrie strategiche, quotate ora a prezzi stracciati, siano scalabili al costo di un tozzo di pane. Il governo farebbe bene a comunicare con chiarezza l’assoluta determinazione a difendere l’industria nazionale con un D.L. di estensione del golden power e ogni altro strumento attivabile, compresa la government suasion – whatever it takes! Invece nel D.L. coronavirus trova posto la nazionalizzazione di Alitalia, altri 600 milioni dei contribuenti che vanno a finanziare il voto delle hostess scientificamente lottizzate collegio per collegio.

La quarta: le Regioni. La crisi mostra l’inadeguatezza del modello devoluto e la risposta disomogenea delle sanità regionali – un diritto costituzionale (diritto alla salute) non può e non deve essere devoluto a enti locali.

La quinta: l’attrazione italiana verso l’orbita d’influenza cinese, resa apparente dalla fanfara sugli aiuti della croce rossa cinese e l’efficacia del modello repressivo nella gestione delle crisi.

La sesta: la Borsa prezza il baratto agghiacciante tra vita e libertà personale – ogni istante di sospensione delle garanzie democratiche ha un costo economico (e sociale) esorbitante.

La settima: il Fiscal compact sottrae ai governi nazionali la leva della politica fiscale quando si verifica lo stato di necessità, creando aree economiche incapaci di condurre politiche anticicliche contro fattori di stress economico.

L’ottava: un sistema industriale di pmi esportatrici, che da un lato non ha la scala per assorbire gli shock, dall’altro è danneggiato oltre misura dalla riduzione della mobilità internazionale.

Infine, l’incapacità di mobilitare i talenti migliori. La cultura del Demiurgo ha un costo astronomico: la nomina di un poco convincente alto burocrate Dalemiano a Commissario all’emergenza, in violazione dell’art. 16 della Costituzione, che riserva tale responsabilità al Parlamento, è evidenza che il sistema delle regole democratiche è arrivato al punto di rottura, liquefacendo la fiducia dei mercati.

Il punto è che il parassita vive finché la bestia è sana. Con la bestia allo stremo, il mercato prezza un futuro testardo che non impara la lezione del passato e del presente. Perché sul fatto che nessuno impara ci si può piazzare una scommessa sicura.