Il virus fa dimenticare anche le carceri

Un fatto di cronaca di estrema gravità, la rivolta nelle carceri dei giorni scorsi, tale per vastità, violenze e quant’altro, da dare ad episodi del genere il senso di un qualcosa che scuote tutto il Paese, è passato sui giornali e sugli schermi televisivi solo come un “particolare” dell’epidemia.
Ha provocato singolari reazioni, fatto balenare singolarissime proposte. Ma già non se ne parla più. C’è altro da dire. Oltre il tantissimo da fare.
I provvedimenti dettati dalle esigenze di lotta al virus nell’amministrazione carceraria, ed in special modo il divieto di visite di congiunti ai detenuti per evitare il principale movimento dentro-fuori-dentro, hanno fatto scoppiare la più grave rivolta degli ultimi decenni. Uccisioni, evasioni in massa, estensione della rivolta stessa in varie parti del territorio nazionale.
Quello che è però più sorprendente è la stranezza di talune delle reazioni e delle proposte che la rivolta ha provocato. Sono stati dei Magistrati, categoria solitamente “manettara”, o tale ritenuta, a suggerire la necessità di una sorta di amnistia generale. Fuori tutti o quasi.
Come in Giappone, dove ben 70.000 detenuti sono stati messi in libertà causa virus.
Vorrei sperare che la gravità effettiva dell’epidemia e di quanto essa ancora comporterà alle nostre vite non sia tale da considerare il “fuori tutti” più o meno una follia. Una delle tante.
Ma ciò che sorprende è che la proposta del “fuori tutti” venga da Magistrati.
Ed è sconcertante, allarmante ciò che quanto ancora una volta sentiamo della perdita di senso della realtà della logica e dell’equilibrio per le quali, mentre c’è chi dice di mandare a casa i detenuti con disinvoltura, altri, il Governo, ricorre a nuove minacce di manette, nientemeno per chi dica il falso per giustificare le sue uscite dalla soglia di casa: “falso in autocertificazione delle cause del proprio andare in strada”.
Succede il finimondo, ma il vizio di giuocare con la libertà dei cittadini e con la serietà e la coerenza delle leggi, non finisce mai. È, anzi, il virus più pericoloso e maligno anche in una contingenza come questa.
È inutile domandarsi se le “misure” antivirus siano efficaci. Qualcosa la otterranno, che, del resto non sarà facile accertare che dipenda dal divieto di darsi la mano.
Ecco un altro particolare di questo agitarsi di governanti e governati (un po’ meno questi ultimi). “No alle strette di mano”. Per la gran parte degli Italiani questo è solo un provvedimento da accettare con molta rassegnazione all’insuccesso.
Ma per noi vecchi o vecchissimi questo divieto “sanitario” non può fare a meno di riportarci alla memoria altri cretini. Certo così cretini da imporre il divieto di darsi la mano con le minacce e da giustificarlo con la definizione di quell’antichissimo gesto di saluto e di amicizia come manifestazione di “abitudine borghese” e sfregio per il saluto fascista, detto “saluto romano”.
Eppure, c’era chi finiva al confino con rapporti in cui si leggeva: “dedito alla stretta di mano”, e che abitualmente si rivolge con il “Lei” anziché con il “Voi”.
Non essendoci epidemie da combattere in altro modo, Starace, Segretario del Partito Fascista, si dedicò interamente alla lotta contro la stretta di mano e l’uso del “Lei”.
Una delle più salaci barzellette antifasciste lo faceva apparire infuriato per aver trovato una targa “Via Galileo Galilei”.
“Cambiatela subito: Galivoi, Galivoi!!”.
Vorrei aggiungere: “scherzi a parte”.
Ma c’è poco da scherzare!
Speriamo che finisca meno tragicamente di quel povero fesso di Starace.