Un virus per la sopravvivenza (del Governo)

La storia ci ha lasciato memoria e particolari delle sciagure rappresentate dall’improvviso diffondersi di malattie infettive, che in passato raggiunsero livelli spaventosi in Europa e chi sa dove in altri luoghi ed epoche, oltre quelle più conosciute e studiate.
Ci ha dato, oltre la particolarità di batteri e di virus, oltre statistiche più o meno ampie ed attendibili, oltre a quella della paura che è stata sempre tanta e tutt’altro che ingiustificata, notizia di ricadute, frange anche difficilmente oggi immaginabili. Oggi, infatti si pensa e si parla solo di ricaduta economica, di blocco della crescita, di incidenze devastanti per taluni rami imprenditoriali e magari per le manifestazioni sportive.
Fino all’altro ieri però la ricaduta più spaventosa, comune di un’epidemia, era quella della furia cieca della gente contro presunti colpevoli, cioè la ricaduta dell’ingiustizia, il volere un colpevole e massacrare crudelmente qualcuno per poter dire di averne trovato uno o più. Per tutti quelli in Italia che hanno avuto un minimo di istruzione, fino a ieri al concetto di peste era legato quello di “untore”. Ed al desiderio di vedere al più presto cessato il pericolo, alle misure contro l’espandersi dell’aggressività del morbo, si aggiungeva, in un modo o nell’altro, la mania di “avere i colpevoli”, gli “untori” e, magari, di vederli almeno un po’ squartati per pubblica soddisfazione.
Questa storia del “Coronavirus” oltre tutto ci riporta indietro nella storia.
La “peste” viene dall’Est, come le grandi pestilenze del passato. Non è stata, che si sappia in verità, preceduta da grandi migrazioni di sterminate masse di topi (se non in senso metaforico). Ma di ognuno dei soggetti da incriminare e da maledire se ne è fatta un’idea e trovata una qualche prova.
Quanto agli “untori” finora non ne sono stati “scoperti”, salvo “untori colposi”, responsabili di cose non fatte o fatte male che avrebbero (e forse hanno) portato all’aumento del diffondersi delle malattie in certe località ed in certi luoghi.
Io non so se frugando nelle carte degli archivi sarebbe oggi possibile trovare anche dei “beneficiari” della peste di Milano.
Di epidemie più recenti qualche vantaggio ognuno ne cerca e ne trova e ne ha trovato a secondo del suo mestiere e della sua mentalità. Quel personaggio cupo ed un po’ bieco che fu Umberto I di Savoia, andando a “dar sollievo” alle popolazioni colpite dai terremoti e mandando qualche spicciolo a quelle maltrattate dal colera, si procurò anche assai a buon mercato il nome, nientemeno, di “Re buono”.
Oggi si direbbe che allo sfruttamento dell’epidemia se ne sia aggiunto uno fino ad ora insospettato: questo, infatti è, e non per una più o meno prezzolata invenzione come la “bontà” di Umberto I, un “virus salvagoverni”. Altri guai ed “emergenze”, erano già valse a puntellare il Governo Conte, il Governo dei Cinquestelle e Compagni di sventure (nostre). Ma il virus ha fatto dare e sta dando al Governo, indipendentemente dalle cazzate che sta combinando con le misure antiepidemia, una durata che nessuno avrebbe immaginato potesse procurarsi.
E, ulteriore fortuna per Conte e C., nessuno ha osato porsi interrogativi sulla connessione tra l’espandersi del virus e la durata del Governo.
Non dico infatti che con un po’ di spirito inquisitorio ci sarebbe da ritagliare negli avvenimenti dei giorni scorsi la figura di moderni “untori” da attribuire a qualche personaggio un pochetto più antipatico degli altri, ma le polemiche su errori anche gravi che non sono mancati nelle misure governative, ci sono state e se ne è parlato e se ne parla ma come se fossero solo del passato.
Vorrei che avesse buona sorte l’accusa di Sgarbi che, beato lui, è convinto che l’epidemia non c’è e che Conte è solo un “untore” mediatico da mandare ad un altrettanto mediatico patibolo. Ma temo che non si possa negare che Vittorio sia stato un pochetto esagerato. Più, cioè, degli altri. Che non hanno letto Manzoni, la storia della Colonna Infame e le molte altre cose scritte sulla peste di Milano.
Qualche volta la cultura non giova troppo a vedere chiaro nè ad essere o starsene tranquilli.