Le uova fatali

Quando Bulgakov scrisse nel 1925 “le uova fatali” aveva una certa idea dell’amministrazione sovietica per non parlare della sua esperienza da medico di trincea. Il connubio fra amministrazione e medicina avrebbe potuto rivelarsi devastante. La fantasia è nota, un luminare ha inventato una macchina che ingrandisce gli oggetti ma sottopone ai suoi raggi non le uova di tacchino ordinate per sfamare la popolazione, ma uova di anaconda consegnategli per sbaglio. Sarà la popolazione del suo lontano villaggio a sfamare gli enormi rettili prodotti in laboratorio. Eppure tutto era stato perfettamente efficiente, il genio del medico, le spedizioni sovietiche, solo che nessuno sapeva distinguere un uovo di tacchino da quello di un anaconda. Anche i nostri medici, che pure lavorano sacrificandosi meravigliosamente nell’emergenza, non avevano mai visto fino a questa settimana il virus diffusosi in Cina, ma grazie al cielo una volta acqusitolo l’hanno subito comparato a quelli riscontrati nei loro pazienti. Il ceppo è lo stesso hanno dichiarato, non fosse che chi ha nozioni di chimica elementare studiata al liceo, sa bene che il ceppo significa poco, servono le diramazioni che subisce e gli sviluppi futuri. Mentre i nostri scienziati ci spiegavano dell’esistenza di quest’unico ceppo, i medici cinesi facevano sapere che i virus in circolazione a Whuan sono due, uno letale, l’altro banale. E questa è la situazione che ci troviamo in Italia, dove l’uso dei tamponi non ci spiega a cosa siamo infetti, ma solo che lo siamo, da qui un’emergenza divenuta incontrollabile. Come nella Russia sovietica di Bulgakov non sappiamo distinguere le uova di un tacchino da quelle di un predatore. L’opera di Bulgakov divertiva moltissimo Stalin, da elevarlo con Zweig al suo autore preferito. Tanta confusione da noi invece consente perlomeno un respiro di sollievo al governo Conte e a pieni polmoni, quando era prossimo a soffocare.