Memoria del terrore

Quaranta anni fa le Brigate Rosse uccidevano Vittorio Bachelet. Nel ricorrere di quel 12 febbraio l’insigne giurista e appassionato della vita civile e politica è stato ricordato. Ma a ricordarli tutti, quelli che fra cinquanta e quaranta anni fa sono stati ammazzati e feriti (ricordate i “gambizzati”?), non dovremmo far altro, giorno dopo giorno, che dedicarci a una infinita celebrazione. E sarebbe giusto, perché abbiamo vissuto una infinita stagione di sangue.
Come ci eravamo arrivati? Servirebbero spazi ben diversi da questo, ma gli ingredienti furono tre:

  • a. la bugia della Patria tradita (a destra);
  • b. la bugia della resistenza tradita (a sinistra);
  • c. la negazione della guerra civile e la realtà della guerra fredda, ovvero la pace ufficiale, dopo la seconda guerra mondiale, accompagnata da un perpetuo conflitto fra potenze, comprendente anche la destabilizzazione interna alle democrazie. Le più esposte, in Europa occidentale, quella tedesca e quella italiana, non a caso i due sconfitti: l’uno diviso fisicamente, l’altro ideologicamente.


Oggi ci sembra un mondo lontano, ma è quello in cui molti di noi sono cresciuti. Il mondo successivo, in cui viviamo, è migliore. Ci colpisce, e giustamente, che il terrorismo uccida ancora, ma quell’orrenda e funesta contabilità impallidisce a fronte di quella di allora. Viviamo in un mondo più ricco e aperto. L’allargamento dell’Unione europea a est ha creato non pochi problemi, ma ha segnato la fine dei peggiori. Se si segue il filo che lega le forze esterne all’Europa che provano a dividerla, indebolirla, disgregarla, si trova la tela di sempre e di allora.
Non viviamo nel migliore dei mondi possibili ed è ben giusto che si chieda sempre di meglio, ma è un male dimenticare gli anni che vivemmo, o relegarli in celebrazioni rituali.