La memoria non è il passato, ma il presente che guarda al futuro

La paura è il modo attraverso cui il Potere autoritario sottomette le masse. Se vince la paura resteremo vittime e prigionieri dell’angoscia e della morte.
Una domanda dal sapore repubblicano: la memoria del Risorgimento italiano, l’insurrezione dei napoletani, le cinque giornate di Milano, la spedizione dei Mille, l’incontro di Teano, la Breccia di Porta Pia sono soltanto avvenimenti del passato o, se letti senza retorica, possono in qualche modo rappresentare una memoria viva nel presente e protesa verso il futuro? È questa la questione che dovremmo porci. Foscolo, Garibaldi, Mazzini, Cavour, Manzoni e Cattaneo sono tutti nomi che abbiamo consegnato alla Storia. O forse è più vero il contrario: sono alcuni dei nomi che la Storia ci ha consegnato “a futura memoria”? C’è un importante episodio del Risorgimento italiano che lega la mia città, Frosinone, con la storia mazziniana e repubblicana del nostro Paese e dell’Europa intera. Il frusinate Nicola Ricciotti, infatti, a metà dell’Ottocento, nel tentativo di realizzare un’insurrezione che liberasse la Calabria dall’oppressione del potere straniero, fallì tragicamente nell’impresa e venne fucilato il 25 luglio 1844 dall’esercito borbonico. E questo accadde per un ideale di libertà e di verità. Infatti, Ricciotti venne fucilato con i suoi compagni nel Vallone di Rovito, vicino Cosenza, dove il mio concittadino, martire per la libertà, trovò la morte insieme ai fratelli Bandiera. Ma chi era Nicola Ricciotti? Basti solo dire che Garibaldi diede al suo quarto figlio il nome di Ricciotti, proprio in onore del patriota frusinate verso cui nutriva una grandissima stima. Il generale stesso ammise di aver voluto chiamare così suo figlio per eternare la memoria di quel patriota e, quindi, «per averlo sempre con me». Intanto, siamo ormai nel 2020 e si avvicina sempre di più il tempo del coraggio.

Come possiamo onorare tale coraggio?

Ecco, si potrebbe farlo dicendo, intanto, che il Risorgimento italiano fu liberale. Molti, infatti, pensano a quel momento storico e alle idee liberali come a qualcosa di inattuale, di vecchio, di polveroso. Come se si trattasse di un passato ormai defunto e da consegnare agli studiosi o ai ricercatori. Non è così. Anzi, è vero il contrario. Il pensiero e l’azione liberale sono una filosofia in movimento, sono un metodo, una ricerca continua di verità, un palpito repubblicano. Le idee liberali non possono invecchiare perché non sono ideologiche, non sono dogmatiche, non sono fisse e immutabili nel tempo, ma si basano su alcuni principi, su poche regole e si muovono rispetto ai tempi, si aggiornano, aprono altri spazi piuttosto che chiudersi in vecchie logiche.

Riscoprire il pensiero liberale e repubblicano non significa, dunque, fare un salto nel passato; non si tratta di tornare indietro nel tempo; non vuol dire precipitare in un rigurgito ottocentesco. Niente di tutto questo. Eppure, malgrado tale premessa, l’appuntamento con la paura pare essere divenuto l’occasione per affossare il futuro di quella memoria. Forse qualcuno spera, addirittura, di liberarsene definitivamente. Il modo migliore per onorare quel periodo storico e quei giovani rivoluzionari di allora è quello di ricomporre tra loro le forze eredi del Risorgimento. Un’altra domanda, perciò, si aggiunge e diventa necessaria: il pensiero politico della Destra storica, che governò gli eventi e portò all’Unità d’Italia, è tutto e soltanto un retaggio da museo oppure ha ancora una sua forza vitale nell’oggi? Marco Minghetti, Bettino Ricasoli, Urbano Rattazzi, Stefano Jacini, Quintino Sella, Emilio Visconti Venosta e l’intero gruppo della cosiddetta “destra storica” appartengono ad un passato ormai vecchio da lasciare ai libri di scuola e alle commemorazioni di Stato, oppure esiste ancora una forza di pensiero e di azione che rende quella esperienza attuale e, quindi, in grado di muoversi con spirito di continuità nel presente e per l’avvenire?

Ecco, il primo strumento per arginare l’avanzata del Nulla non sta in un partito personalistico, ma in un movimento che sappia adottare un metodo liberale, mettere al centro l’Uomo, essere un intellettuale collegiale, cioè un insieme nella diversità, invece che il solito intellettuale organico, unito nell’omologazione di massa.
Serve un Risorgimento repubblicano per andare oltre la paura e creare uno spirito unificante.
Ma ci vuole coraggio.
A chi giova seminare terrore, paura e allarmismi?