17 febbraio. Repubblicani e massoni nel segno di Bruno e del Libero Pensiero

Il 17 febbraio del 1600 fa moriva arso vivo in Campo de’ Fiori a Roma il filosofo nolano e frate domenicano Giordano Bruno, condannato al rogo perché “eretico, pertinace, impenitente et ostinato…”. Una data fortemente simbolica per chi è impegnato incessantemente a combattere le tenebre dell’oscurantismo e dell’integralismo. Una data che la Massoneria celebra ogni anno e che coincide con un altro anniversario importante: l’emanazione nel 1848 delle Regie Patenti di Carlo Alberto che restituirono ai Valdesi i diritti civili.

E se i falò illuminano le valli dei protestanti piemontesi, a Roma si rende omaggio alla statua dedicata a Bruno, massima icona del libero pensiero, del coraggio, della forza delle idee. Una statua che fu realizzata dallo scultore e artista Ettore Ferrari, che nel 1904 diventerà Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, e che venne inaugurata tra incandescenti polemiche il 9 giugno del 1889.

Il merito di aver riscoperto Bruno, inserendolo tra i miti fondanti ai quali doveva idealmente fare riferimento il nuovo stato unitario, appena nato, va senz’altro a Francesco De Sanctis (Morra Irpina, 28 marzo 1817 – Napoli, 29 dicembre 1883) che da ministro della Pubblica Istruzione del governo presieduto da Cavour nel 1861 e poi da Cairoli nel 1878, ne aveva fatto ripubblicare l’opera omnia.

Il pensiero di Bruno veniva percepito come laico e moderno e affascinava i giovani e fu proprio nelle università, che cominciò a farsi strada l’idea di un monumento da dedicargli. Un progetto, poi sostenuto da un ampio fronte internazionale massonico che scelse appunto Ferrari per portarlo a compimento.

Nel giorno dell’inaugurazione un lungo corteo, che i giornali cattolici descrissero come un’ “orgia satanica” sfilò dalla stazione Termini fino a Campo de’ Fiori.

«L’ignoranza è la madre dei sensi beati»

Giordano Bruno, il cui vero nome era Filippo Bruno , era nato a Nola, vicino Napoli, nel 1548. Prese i voti nell’ordine domenicano, ma si mise presto in contrasto con gli ambienti ecclesiastici. Viaggiò moltissimo attraverso l’Europa, prima a Ginevra, poi a Tolosa, Parigi, dove venne bene accolto da Enrico III e dove cominciò la sua produzione di scritti filosofici, e ancora Londra, dove incontrò Elisabetta II, e Oxford, Marburgo , Wittemberg e Francoforte nei cui prestigiosi atenei fu chiamato a insegnare. Rientrò in Italia nel 1592, accettando l’ospitalità del nobile veneziano Giovanni Mocenigo , che lo denunciò all’Inquisizione per sospetta eterodossia delle sue dottrine. In un primo tempo Bruno riuscì ad evitare la condanna con una parziale ritrattazione, ma nel 1593 Roma chiese e ottenne la sua estradizione, condannandolo al rogo dopo sette anni di carcere.

Fu accusato di dubitare della trinità, della divinità di Cristo e della transustanziazione, di voler sostituire alle religioni particolari la religione della ragione come religione unica e universale e di affermare che il mondo è eterno e che vi sono infiniti mondi. Durante il lungo processo a suo carico, Bruno fu interrogato 15 volte.

I capi di imputazione riguardavano tre diversi gruppi di accuse, quelle disciplinari come l’abbandono dell’abito religioso e le invettive contro la Chiesa e la sua gerarchia, quelle strettamente teologiche, già individuate nelle lettere di denuncia di Mocenigo, ed infine quelle di ordine filosofico, incentrate sulla dottrina dell’universo infinito ed eterno, sul moto della terra e l’adesione quindi al copernicanesimo, sulla circolazione delle anime. Per poter arrivare ad una rapida conclusione, nel gennaio del 1599 uno dei componenti del Tribunale della Inquisizione, il cardinale Roberto Bellarmino il futuro protagonista del processo contro Galileo Galilei, propose di sottoporre a Bruno otto proposizioni da abiurare, in quanto eretiche. Dopo alcuni momenti di indecisione, nell’ultimo interrogatorio datato 21 dicembre 1599, il filosofo le respinse tutte.

Il 20 gennaio 1600 il papa Clemente VIII ordinò la conclusione del processo con sentenza di condanna. L’8 febbraio, alla presenza dei cardinali inquisitori e di altri testimoni, venne letta la sentenza all’imputato costretto ad ascoltarla in ginocchio e vennero ufficialmente messi all’indice i suoi scritti. Si racconta che al termine della lettura Bruno si sia alzato e rivolto ai giudici abbia pronunciato questa storica frase: «Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam, Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla»). Portato nelle prigione del Governatorato di Roma a Tor di Nona vi rimase fino alla mattina del 17 febbraio del 1600 quando, costretto ad indossare la mordacchia perché non potesse parlare, venne condotto a Campo de’ Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Le sue ceneri furono poi gettate nel Tevere.

«Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di avere vinto»

«Noi liberi muratori –ha detto il Gran Maestro Stefano Bisi– continuiamo a sperare, come auspica anche lo storico Massimo Bucciantini nel suo libro dedicato al monumento di Giordano Bruno che sarebbe un bel giorno se all’alba di un 17 febbraio di questo secolo un qualche vescovo di Roma uscisse dal Vaticano per recarsi in Campo dei Fiori. E lì, da solo, ai piedi di quella statua, restasse in raccoglimento«. Chissà se mai assisteremo a questo gesto? «Se avvenisse potrebbe segnare la svolta anche nei rapporti tra Chiesa cattolica e Libera Muratoria. In fondo – ha spiegato Bisi- quel monumento fu voluto anche dai massoni e a Giordano Bruno è dedicata l’onorificenza che il Grande Oriente d’Italia attribuisce ai fratelli che si distinguono per la loro attività».

Anche i repubblicani saranno oggi alle 17.00 a Campo de’ Fiori. Abbiamo intervistato il segretario dell’unione romana Michele Polini.

Ascolta l’intervista