Renzi aspetta un Referendum di ritorno

Ricordate quando si presentò in televisione ad ammettere di aver perso la partita del referendum sulla riforma costituzionale?
Una dichiarazione di fine corsa della propria carriera politica che fu un capolavoro di capacità istrionica, di arte politica nel sapersi rendere quasi simpatico nella catastrofe. Molti Italiani che pure non erano affatto dolenti per l’allontanarsi dall’orizzonte di una riforma costituzionale, capolavoro di complicazione delle cose semplici, creatrice di un nuovo tipo di Parlamento (non una sola, non due Camere, ma una e mezzo, anzi, forse, una e un quarto). Anche allora i “riformisti” avevano esaltato la riduzione (in tutti i sensi) dei Parlamentari con la solita giustificazione cretina: “così si risparmia”. Certo non si sarebbe risparmiato il tempo della prima Camera che così avrebbe dovuto perdere per discutere (sbagliando almeno 3 volte su 5) sulla competenza monocamerale o bicamerale per un provvedimento. Con i Senatori-Sindaci-presidenti di Regioni impegnati a giustificarsi con i concittadini incazzati per la questione delle buche nelle strade. “Non lo sapete? Mi tocca ad anda’ a Roma a perde tempo al Coso, al Senato…”.
Andò bene. Cioè il referendum diede la risposta di un NO che era una stangata per dei costituzionalisti (e, magari, una costituzionalista) del teatro dei pupi.
Andò bene, tutto sommato ed alla fin dei conti anche per Renzi che fu, così uno dei pochi uomini politici italiani cui un “grande avvenire” veniva negato dal Popolo (così era chiaro dovesse essere) e non da qualche congiura giudiziaria. Tanto più cattiva e definitiva.
La promessa di lasciare la politica è stata osservata per meno di un mese.
Malamente bastonato con il referendum che, con la nuova, balorda, Costituzione avrebbe dovuto imporci “il Partito della Nazione”, Renzi ha saputo gestire assai bene la necessità di appartarsi a leccarsi, e farsi leccare, le ferite. Certo ci volevano le cavolate dei Cinque Stelle, le fanfaronate di Capitan Salvini per ridurgli di molto il dover rimanere appartati in penitenza. L’ha saputo fare e il tutto è stato assai meno lungo di quel che si sarebbe detto “dovendo interpretare” quel poco credibile “lascio la politica”.
C’è una condizione essenziale per chi alla politica deve ritornare quella che chi ci sta, chi occupa il posto dove vuol ritornare, sia un babbeo, un antipatico, un inetto.
Come quelli venuti a Palazzo Chigi ed a Montecitorio dopo la débacle del referendum “castigamatti”.
Oggi è chiaro che Renzi annusa nell’aria le condizioni per un suo grande ritorno.
Non commetterà l’errore di farsi guidare dalla fretta. Sa che quelli che oggi occupano gli scranni che egli aveva dovuto lasciare dopo la stangata, nel frattempo non miglioreranno di certo.
Non so se, dopo la carica di antipatia (che non è stata mai, però, disistima) che ho concepito per Matteo Renzi, debba augurarmi o no che il suo ritorno sia più fortunato del primo atto, quando il “Partito della Nazione” gli andò di traverso.
In fondo non voglio pensarci. Non è poi vero, ma spesso accade, che il peggio viene sempre dopo.
In realtà siamo noi che ci conquistiamo un dopo che è peggio.
Cioè, siete voi, cari amici. I miei migliori auguri.