Il volto di Mameli

È un popolo silenzioso, velato di amarezza, che ha difeso le sue tradizioni, le sue bandiere, le sue sedi con le unghie e con i denti quello che si raduna il 9 febbraio fra le frazioni di Ravenna, da Villanova a Bastia. In mezzo la sede a forma circolare, le mura spesse e alte di San Zaccaria, un pantheon repubblicano che sovrasta le campagne. Ma questo raduno non si ferma a Cesena, scende fino a Jesi e mangia chilometri di terra ancora oltre. È un sovrano in esilio il nostro che magari rimpiange La Malfa e Spadolini e che non possiede manco più il suo giornale, le vecchie bacheche di partito sono vuote. Resta aggrappato con tutto il peso ad un simbolo sbiadito, per la verità ad una foglia, che sventola persino sui grembiuli dei cuochi.

La musica consola. Suona “avvinta come l’edera”, perché sapete che Nilla Pizza in verità amava Pacciardi. A Ravenna ci siamo riuniti un intero pomeriggio dentro una sala bizantina per decidere quale fosse di tutta l’iconografia ufficiale l’autentico volto di Mameli. Fra decine di litografie e quadri alla fine l’ha spuntata un ritratto a matita su tela che ci mostra un giovane scapigliato, i lineamenti delicati, gli occhi azzurri e ingenui, le labbra che paiono quelle di un bambino. È il volto di un futuro che deve ancora compiersi quello capace di identificare una seconda volta la rinascita del partito repubblicano. Tutto questo nostro popolo dispone di una forza, esso sa che la vera Repubblica, la sola Repubblica, fu quella romana di un 9 febbraio remoto. E sa anche dolorosamente che quella Repubblica durò poco meno di sei mesi per venir schiacciata nell’odio e nell’indifferenza di regimi morenti e tirannici che volevano celebrare il papato. Ancora meglio, questo nostro popolo sa del sacrifico dei suoi combattenti, perchè sui loro volti contadini, borghesi, operai passano gli stessi segni, quelli dei discendenti di coloro che sopravvissuti difensori di Roma emigrarono fino alla Romagna, si stanziarono nelle Marche. Noi siamo il sale della terra, quando voi non siete niente, pallide ombre. Vedete noi siamo già morti milioni di volte, quando voi state li a compiacervi di una forza che spesso si rivela effimera. Per questo siete voi altri a dover aver paura di tanta costanza. Nonostante gli errori commessi, gli scontri, le sconfitte, non abbiamo mai abiurato e guardate non abiureremo mai, scordatevelo, dovessero passare mille altri anni e restassero solo le ossa. Era quel giacobino di Hegel, amato da Mazzini a scrivere proprio all’inizio dell’ottocento, “l’essere dello spirito? È un osso”. I preti impazzirono, e noi siamo ossa spirito carne. Non moriremo mai, siamo il popolo di Roma, il viso del giovane Mameli, ritorneremo.