I Giovani Repubblicani: «Impossibile dimenticare l'orrore delle Foibe»

Il 10 febbraio, data della firma dei trattati di Parigi nel 1948, è il giorno in cui vengono ricordati gli italiani che furono assassinati dai combattenti titini e i cui corpi furono gettati nelle cavità carsiche conosciute come foibe e i loro e nostri connazionali delle regioni del Litorale istriano e della Dalmazia, che in centinaia di migliaia dopo l’annessione della loro terra alla Jugoslavia dovettero abbandonare le loro case per non subire le persecuzioni da parte del regime di Tito, non va dimenticato certo che durante la guerra e durante il ventennio fascista, furono commessi numerosi crimini ai danni delle popolazioni slave, ma ciò non serve a giustificare, come fanno certe parti politiche oltremodo faziose, i crimini ai danni degli italiani in quanto la questione adriatica inizia da ben prima dell’avvento di Mussolini al potere, durante l’Impero Austro – Ungarico, quando Francesco Giuseppe esternò apertamente la sua intenzione di slavizzare e germanizzare territori a maggioranza italiana.

«Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno»

La politica anti italiana adottata non ha certo giustificato la politica fascista nelle zone liberate durante la prima guerra mondiale, così come le violenze fasciste non giustificarono le “persecuzioni mascherate da rappresaglia” come ha affermato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
La tragedia delle persecuzioni ai danni degli italiani fu per molto tempo conosciuta, ma ignorata dalla storiografia nazionale per scopi politici, in quanto la Juogoslavia dopo la rottura con Stalin da parte di Tito rappresentò un baluardo occidentale, nonostante ciò molte figure insospettabili denunciarono le violenze contro gli italiani come il deputato comunista Gian Carlo Pajetta che sulle pagine de l’Unità dichiarò

«Io sono stato a Trieste dopo la dichiarazione dell’8 ottobre e posso dirvi che non vi è stato giubilo ma perplessità e dolore, quando si è saputo che la città e la zona A venivano assegnate all’Italia perché quella dichiarazione significava il baratto e l’abbandono nelle mani di Tito della zona B. A Trieste vivono migliaia di cittadini che hanno la casa e i parenti nella zona B. A Trieste vivono 20.000 esuli della zona B. Il primo risultato della dichiarazione dell’8 ottobre fu che nella zona B il terrore titino si scatenò allo stesso modo contro i nostri compagni comunisti, cui venivano bruciate le case, come contro i rappresentanti del vescovo Santin»

Anche il noto scrittore Gianni Rodari raccontò il clima di terrore nei territori sotto occupazione titina


«L’impressione che ogni gesto di ogni singolo cittadino, che ogni suo movimento ed ogni sua parola, potevano essere seguiti, analizzati, interpretati, riportati negli uffici di polizia e nelle sedi dei comitati locali, era un’impressione fisica, una certezza fisica. Quando si parla di atmosfera, di clima di terrore, si può essere indotti a pensare a un fatto psicologico, alla generalizzazione di un sentimento vago. La paura in zona B non ha il volto vago e confuso di un fatto psicologico. Ha il volto concreto e fisico, la divisa dell’agente, il passo dei reparti militari croati che sfilano cantando nelle piazze, lo sguardo fisso e penetrante del poliziotto in borghese»