Bepi Pezzulli su MF – Milano Finanza: «Al tavolo commerciale con la Ue è Londra ad avere le carte migliori»

Il secondo tempo della Brexit è iniziato. Con la pubblicazione contemporanea del mandato a negoziare a Londra e Bruxelles, si è aperta la partita sul futuro assetto della relazioni commerciali Uk-Ue. I titoli di testa del film annunciano un noioso déjà vu. Da un lato c’è la costruzione immaginativa del futuro, dall’altro la difesa dello status quo. La strategia britannica è geniale e pragmatica: Boris Johnson vuole un ventaglio di accordi settoriali, uno per ciascun Capitolo industriale. La strategia europea è burocratica e formale: Michel Barnier vuole un accordo di libero scambio a tariffe zero e quote zero. Il primo ministro offre una soluzione per ciascun problema, il negoziatore capo europeo si prepara a mettere sul tavolo due problemi per ciascuna soluzione. La proposta britannica per una serie di accordi settoriali è basata sul fatto che su un’ampia gamma di temi esiste già una convergenza definita. Sulla mobilità professionale Londra offre accesso al mercato del lavoro Uk dietro concessione di visto e l’Uk chiede un visto di lavoro unico per tutti gli Stati membri; su trasporti, protezione e trasmissione dei dati personali, tutela della proprietà intellettuale e co-operazione giudiziaria e di polizia c’è allineamento pieno o minima distanza tra le parti; su aerospazio e difesa c’è l’accordo sulla partecipazione Uk ai programmi Ue.

Su queste materie sarebbe possibile formalizzare gli accordi in tempi rapidi e ridurre le frizioni. Ma l’Ue insiste per un accordo omnibus. Le differenze sorgono in tema di pesca, energia e servizi (anche finanziari) poiché Bruxelles insiste sull’allineamento normativo per prevenire una perdita di competitività nei confronti dell’Uk. Il problema è che le richieste della Commissione Ue non sono in linea con la realtà del potere contrattuale. A dispetto di retorica e propaganda eurolirica, è Londra ad avere in mano le carte migliori. Il deficit commerciale britannico nel 2018 è stato di 66,4 miliardi di sterline, di cui 94,3 per il commercio di beni, compensati dal surplus sul commercio di servizi per 27,9 miliardi. Poiché solo le merci sono soggette a tariffe, qualunque accordo di libero scambio “a tariffe zero” andrebbe a beneficio degli esportatori dell’Ue verso l’Uk più che degli esportatori Uk verso l’Ue. Insistendo sull’allineamento normativo l’Ue prende una posizione avversa ai propri interessi e a quelli delle sue imprese multinazionali. Le esportazioni Uk verso i Paesi Ue sono cresciute più lentamente negli ultimi anni rispetto a quelle verso Paese extra-Ue. Tra il 2008 e il 2019 le esportazioni (bene e servizi) verso l’Ue sono aumentate del 36%, mentre le esportazioni verso Paesi extra-Ue del 63%. I Paesi Ue hanno accesso collettivo ai Paesi extra-Ue sulla base delle regole del Sto, mentre i Paesi extra-Ue hanno accesso individuale ai Paesi Ue anche senza accordi preferenziali. Nota Ruth Lea che “l’idea che l’accesso al mercato unico sia in qualche modo un grande privilegio è una sciocchezza”. Inoltre “la quota delle esportazioni britanniche verso i mercati Ue è in declino secolare”. Quasi il 50% delle esportazioni britanniche è stato destinato all’Ue nel 2008; nel 2018 è sceso al 40%. E questo declino è destinato a continuare, date le scarse prospettive di crescita dell’Ue. Il segretario al commercio Liz Truss e il Foreign Secretary Dominic Raab hanno da tempo lanciato l’offensiva Global Britain per allineare l’Uk alle aree dell’economia mondiale in più rapida crescita. Un accordo con l’Ue è nelle carte solo se in linea con questa visione.