Il 9 febbraio e la Repubblica Romana

Il Papa ancora presso il Borbone a Gaeta, fuggito dopo i tumulti democratici del novembre precedente, all’alba del 9 febbraio la giunta provvisoria di Governo repubblicana proclamava “decaduto di fatto e di diritto” il potere temporale dei papi: nasceva la Repubblica Romana.

Roma e il Lazio, l’Umbria, le Marche e le Legazioni, tutti gli ex territori dello Stato Pontificio erano in rivolta contro l’autorità del Papa-Re. A capo della Repubblica veniva posto l’esecutivo Armellini-Montecchi -Saliceti, che ben presto diverrà quello assunto a Gloria: Armellini-Mazzini-Saffi.

“Ordine, temperanza moralità”, questo predicava Mazzini ai suoi!

Forte e deciso il Triumvirato, assunse pieni e illimitati poteri, trovandosi ad operare a fronte di una comunità internazionale ambigua ed infida, con le quattro potenze cattoliche dell’Impero Austrio-Ungarico, di Spagna, di Francia e del Regno delle Due Sicilie piegate da interesse e sudditanza psicologica alle ragioni del Papato, e che l’Italia per cui volevano divisa.

Paradosso della Storia, l’mpresa ebbe a trovare proprio in un discendente di quel Bonaparte che con il suo operato aveva acceso, al principio del secolo XIX, nei cuori degli europei l’anelito alla libertà e che lo stesso popolo italiano volle sollevare dal suo secolare servaggio, il più grande ostacolo alla sua realizzazione. L’ allora presidente della Repubblica francese Luigi Napoleone, avendo in mira l’appoggio dei conservatori cattolici, non si fece scrupoli nel tradire quei princìpi di fratellanza repubblicana sulla quale avevano contato sia i patrioti romani che i repubblicani francesi, inviando un corpo di spedizione contro la neonata Repubblica Romana.

Ma le forze della reazione non ebbero vita facile. Per tutto il mese di maggio e giugno 1849, schermaglie scontri e battaglie ebbero luogo tra i Francesi chiamati a reprimere quei venti di libertà e le migliaia di volontari guidati da Giuseppe Garibaldi, tra cui molti popolani romani in rivolta. Roma fu posta a ferro e fuoco dai bombardamenti dell’artiglieria francese, che, soprattutto nell’agro, provocarono ingenti danni al patrimonio e centinaia di civili morti e feriti.

Negli scontri sui colli, tra le tenute signorili locali (il Vascello, Villa Corsini, Villa Spada, Villa Pamphili, il Casino dei Quattro Venti), a perdere la vita e a procurarsi immortali allori tanti giovani patrioti provenienti da ogni villa della penisola: tra di essi Goffredo Mameli, il creatore del Canto degli Italiani.

Dinanzi alla violenza francese, risultando impossibile ogni ulteriore tentativo di difesa di Roma, e respinta la proposta mazziniana di belligerare ad oltranza, la Costituente fu ben presto costretta alla resa. Era il 3 luglio quando i Francesi facevano il loro ingresso – tutt’altro che trionfale – nell’Urbe, accolti dai fischi della plebe insorta, mentre l’Assemblea Costituente proclamava, quale ultimo “romantico” atto di sfida, la nuova Costituzione animata dai princìpi democratici e repubblicani che avevano animato l’eroica ed esaltante esperienza della Repubblica Romana.

Raccontano le cronache, che si vide in quei concitati frangenti Quirico Filopanti, rappresentante di Bologna presso l’Assemblea, porsi innanzi ai soldati francesi nella sede della Costituente, vestendo la fascia tricolore, deciso a rivendicare il proprio ruolo di eletto dal popolo. Mentre il generale Garibaldi, a capo di poco più di 3.000 volontari nella notte tra il 2 e il 3 luglio s’allontanava dalla città intenzionato a raggiungere la Repubblica di Venezia che ancora resisteva agli Austriaci, dando il via alla sua leggendaria risalita della penisola lungo la dorsale appenninica: quella eroica risalita durante la quale avrebbe perso l’amata compagna d’amore e di lotta Anita, e che lo avrebbe condotto a un nuovo esilio.

Esiliato fu lo stesso Mazzini e la gran parte di coloro che animarono le vicende romane. Mentre un altro “triumvirato”, ma di porporati, assumeva il controllo della Citta dei Sette Colli, era quello composto dai cardinali Vannicelli, Della Genga e Altieri, incaricati di ripristinare l’autorità del governo clericale in attesa del ritorno di Pio IX.

Ma la Repubblica Romana aveva smosso sin nelle fondamenta la coscienza collettiva degli Italiani e finalmente azzoppato il potere temporale del Papato, che da quel momento in poi, riuscì a reggersi solo grazie all’appoggio militare di Francesi ed Austriaci. Mentre le figure di Graibaldi e Mazzini assumevano dinanzi al tribunale della Storia i connotati di baluardi della libertà e del benessere dei popoli.