La giornata della memoria

27 gennaio 1945 – 27gennaio 2020. Si commemora oggi la Giornata della memoria.

Ed è una fortuna che siano ‘solo’ 75 anni, perché significa che c’è ancora qualcuno dei viventi che può personalmente raccontare quel giorno di 75 anni fa in cui le truppe dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva Vistola-Oder vero la Germania, aprirono quel cancello liberando i sopravvissuti. Era il campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz.

Quel cancello, sul quale campeggiava la scritta “Arbeit macht frei” aprendo la porta sull’orrore, testimoniava che la Shoah era una realtà.

La Shoah, l’antisemitismo, la soluzione finale, la “tempesta devastante” della Bibbia (Isaia 47, 11). Cos’è stata?

In genere non mi piace scrivere ricorrendo ad esperienze personali, ma questa volta voglio farlo. Quando ero ragazzina sentivo parlare dello sterminio nazista contro gli ebrei, ma le risposte scolastiche non mi bastavano a capire. Perché l’antisemitismo? Che significava? Allora, così come studiavo per capire per districarmi in una formula matematica, ho cominciato a leggere. Motivazioni economiche, pseudo religiose, complottistiche, sociali. Gli storici analizzano fonti, documenti, testimonianze forniscono spiegazioni. Leggevo i fatti, come erano avvenuti, quali erano i soggetti coinvolti. Eppure, io continuavo a non capire fino in fondo il perché dell’antisemitismo.

L’Enciclopedia Treccani che viene subito come primo soccorso alla possibile conoscenza, parla di shoah come del termine ebraico col quale “si suole indicare lo sterminio del popolo ebraico durante il Secondo conflitto mondiale; è vocabolo preferito a olocausto in quanto non richiama, come quest’ultimo, l’idea di un sacrificio inevitabile”. Ma anche questo non dice abbastanza.

Sono trascorsi anni prima che io sapessi spiegare perché da bambina non riuscissi a capire. Perché non ero in grado di dare una motivazione logica all’odio, perché l’odio ‘non’ ha motivazioni logiche. Trovavo le soluzioni logiche alle formule matematiche e alle equazioni, ma non potevo trovare significato intellettivamente esplicabile al Male.

Come scriveva Hannah Arendt nella lettera «Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male» riferendosi al processo al gerarca nazista Adolf Eichmann: «Non era stupido, era semplicemente senza idee. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme. Ma era una lezione, non una spiegazione del fenomeno, né una teoria».

Il male di per sé non è spiegabile e questo lo rende più difficile da combattere. Per questo avere una Giornata della memoria è fondamentale, perché il male può essere soltanto raccontato non spiegato.

Questa è l’importanza del Giorno della Memoria, celebrata il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell’Olocausto, divenuta ricorrenza internazionale in base alla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, nel corso della 42ª riunione plenaria durante la quale si celebrava il sessantesimo anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti e la fine dell’Olocausto. L’Italia ha istituito la giornata di commemorazione in quello stesso giorno, qualche anno prima della corrispondente risoluzione delle Nazioni Unite, per ricordare le vittime dell’Olocausto, quelle delle orride leggi razziali, coloro che hanno rischiato la propria vita per proteggere i perseguitati ebrei, e i deportati militari e politici italiani nella Germania nazista (articoli 1 e 2 della legge 20 luglio 2000 n. 211).

La scoperta di Auschwitz il 27 gennaio 1945 rivelò oggettivamente per la prima volta l’orrore del genocidio nazifascista. Circa 10 giorni prima, i nazisti si erano lì ritirati portando con loro, nella macabra marcia della morte i prigionieri sani che in gran parte morirono in quel percorso.

«La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945”, racconta Primo Levi. «Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sómogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti». «Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi».

“Non aprite quella porta” è il titolo di una saga di film dell’orrore di successo, in cui le povere vittime avrebbero fatto bene a non aprirla davvero quella porta. Ma in questo caso no. Aprire il cancello di Auschwitz rappresenta l’unica possibilità di salvezza per l’umanità.

Accade infatti addirittura che si voglia negare quanto accadde sullo sterminio realizzato dai nazisti. Come un bambino che con la bocca inzaccherata nega di fronte ad ogni evidenza di aver mangiato di nascosto la marmellata, così si “osa” negare lo sterminio, ma il problema è che in questo caso la marmellata è il male. Il male come fenomeno strutturato, che non voglio però indicare con lettera maiuscola perché il male non merita tale dignità.

Cosa distingue infatti la Shoah da tutte le altre forme di genocidio perpetrate da esseri umani (o forse direi soltanto esseri viventi) contro altri esseri umani. È la sua scientificità.

“Quello che mi aspetto dai miei uomini è sovrumano e disumano (ich mute ihnen Übermenschlich-Unmenschliches zu)”, diceva Heinrich Himmler riguardo ai capi delle SS che dovevano organizzare e mettere in funzione il programma di annientamento degli ebrei nei campi di sterminio (Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa, Torino, Einaudi, 1999). La follia disumana realizzata con un apparato organizzativo, burocratico, efficientissimo, pressoché perfetto.

Questa è la sostanziale differenza. E lo dobbiamo ricordare.

Infatti citando ancora Hannah Arendt “È nella natura delle cose che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando non appartiene a un lontano passato.”

Il mondo è pieno di campi di concentramento, per citarne solo alcuni: Corea del Nord, Cina, Libia, Myanmar, Malaysia, Eritrea, Bangladesh, luoghi in cui esseri umani sono privi di libertà e diritti.

E la memoria deve servire per provare la vergogna, perché non fare abbastanza per impedire che ciò si ripeta deve dare vergogna