«I repubblicani non hanno mai rinunciato a qualificarsi di sinistra, anche in virtù delle profonde radici popolari sempre serbate (chi ha dimenticato Togliatti, quando definiva il PRI un “piccolo partito di massa”?). Il nostro stesso secolare rapporto col PSI lo dimostra: rapporto dialettico che ha conosciuto momenti di divaricazione, di polemica anche aspra, come avviene fra forze storicamente consanguinee, qualche volta di scontro, ma che ha registrato punti d’incontro fondamentali in occasione delle grandi svolte da cui è stata segnata la vita nazionale da cent’anni a questa parte.
[…] Ma la sinistra repubblicana fu sostanzialmente, e non solo durante la stagione della sapiente mediazione giolittiana, sinistra politica rispetto al regime istituzionale, fu tensione morale per la repubblica. Anche contro le indulgenze e le compromissioni di un evoluzionismo fine a se stesso, di una “riforma sociale” senza la riforma morale (tema peculiare nella scuola repubblicana di sempre). Non fu mai sinistra sociale o tantomeno classista.
[…] Nessuna ipoteca classista, dunque […]. Ma neppure una vocazione moderata o conservatrice. Basta considerare la natura dei consensi confluiti sulle liste dell’Edera il 26 giugno [‘83], a smentire ogni favola di “polo moderato” o di analoghi stereotipi a proposito del partito repubblicano. L’elettorato del PRI non è quello di Malagodi agli inizi degli anni sessanta» (Giovanni Spadolini al XXXV Congresso nazionale del PRI – Milano, aprile 1984)