Verso il 9 febbraio, la democrazia pura

Il concetto di “democrazia pura” è spesso stato considerato affetto da tautologia, in quanto la “pura” democrazia, significherebbe il semplice e solo potere popolare, per cui la purezza avrebbe al limite un effetto rafforzativo. In effetti una tale espressione, introdotta a metà del 1800, meriterebbe una qualche enfasi, i popoli nella storia sono sempre stati comandati o addirittura schiavi, ma in verità l’aggettivo “pura”, indica un’intenzionalità diversa. La “democrazia pura” vuole dire esattamente che solo il potere popolare assume un valore nella repubblica e che la Repubblica risponde ad esso interamente. In Repubblica non si riconosce altro potere che quello popolare, questa è la “democrazia pura”. Lo si comprende dall’articolo 21, Titolo due, della Costituzione della Repubblica romana per cui “Ogni potere viene dal popolo”. Sempre nel medesimo articolo si sostiene che questo potere viene poi esercitato dall’Assemblea, il Consolato e l’Ordine giudiziario, ovvero parlamento, governo e magistratura, esattamente come previsto dalla costituzione repubblicana che sarà adottata cento anni dopo, alla caduta della monarchia. L’ordine scelto non è casuale. L’Assemblea precede il Consolato che a sua volta precede la Giustizia. Introducendo la figura del Presidente della Repubblica, – che la costituzione romana non prevedeva, vi era invece un consiglio di Stato, di cui non conosciamo esattamente le funzionalità e cosa effettivamente si prefiggesse – Giovanni Conti diceva che l’ordine giudiziario era il quarto potere dello Stato, ovvero quello che veniva per ultimo, come nella Repubblica romana. La particolarità è che nella costituzione romana i giudici vengono nominati dai Consoli ed in Consiglio dei ministri e sono rispetto ad esso “inamovibili”. I magistrati hanno quindi nella democrazia pura una durata superiore ai governi che non possono superare un mandato di tre anni, ma sono nominati da questi, la loro autonomia è circoscritta alle loro funzioni. Sotto questo profilo l’articolo 68 della vecchia costituzione antifascista manteneva per lo meno la subordinazione gerarchica del potere giudiziario al potere del parlamento, ma in ogni caso non ne determinava l’origine. Per cui la nostra costituzione che fa dell’ordine giudiziario un ordinamento autonomo, non risponde ai criteri della democrazia pura, ma alla logica della separazione dei poteri prevista dalle idee liberali, la fonte del potere dell’ordinamento giudiziario è incerta. L’Assemblea, nella costituzione romana, designa persino il magistrato che deve esercitare le funzioni di pubblico ministero presso il tribunale supremo che ha il compito di giudicare consoli e ministri messi in stato di accusa. Come è possibile che si preveda che un giudice nominato dal governo possa condurre un’accusa contro lo stesso governo che lo ha nominato? Evidentemente si confida che la brevità della durata del consolato e la sua decadenza per legge aiuti la selezione di una classe dirigente migliore, sia sotto il profilo politico, che sotto quello giudiziario. Quando non hai aspettative possibili oltre a quelle di svolgere il compito che ti è affidato durante il tuo mandato, vedi di operare al meglio. La regola aurea della democrazia pura è dunque la brevità della durata, che impedisce incrostazioni di potere e per cui i membri dell’assemblea e i consoli decadono, e i giudici, che invece restano, sono indipendenti nelle funzioni, non nella nomina. I consoli ed i ministri che nominano i magistrati sono chiamati quindi a compiere una scelta per cui nessuno debba pentirsi. La democrazia pura si fonda sulla valorizzazione della capacità e del talento, non può farne a meno perché non ci sono interessi né rendite, né posizioni da difendere. Non si tratta di abbattere i privilegi, quanto di evitare che questi si ricostruiscano sotto altra forma. Si comprende così facilmente i mille anni luce di valore morale che distanziano la costituzione romana della Repubblica da quella continuamente riscritta vigente nell’Italia di oggi.