Hammamet

È un film d’autore. Chi vorrebbe cercarne il senso di un riscatto politico o di una conferma giustizialista, storica e giudiziaria rischia di vedere un altro film. Mi spiego meglio:
nel Gennaio 2000 muore, ad Hammamet, in Tunisia, l’ex Presidente del Consiglio nonché leader di quel Partito Socialista Italiano miseramente e tragicamente crollato sotto il peso delle inchieste sensazionaliste, giornalistiche e giudiziarie di Mani Pulite e di Tangentopoli. Partendo da questa vicenda e prendendo spunto a piene mani dall’immagine sia privata che pubblica del protagonista, il regista Gianni Amelio ha realizzato un film d’autore che, uscito nelle sale cinematografiche il 9 Gennaio, venti anni dopo la scomparsa di Bettino Craxi, ha subito sollevato un vespaio di polemiche. Perché non è un film per accontentare qualcuno e, quindi, è un film che scontenta quasi tutti, come dovrebbe accadere per tutte le pellicole che hanno lo scopo di non dare risposte, ma di porre domande allo spettatore.

A mio giudizio, “Hammamet”, magistralmente interpretato da Pierfrancesco Favino (nel ruolo del “Presidente”), non è un film storico né affonda il suo artiglio nella cronaca o nei documenti, ma è un film introspettivo, umano, intimo, esistenziale, rivolto all’indagine del potere in decadenza e non banalmente del leader socialista. Quella della figura di Bettino Craxi è soltanto una scelta narrativa, è un espediente letterario o filmico per parlare del potere in dissolvenza… e per riflettere sui princìpi, sul tema della giustizia e dell’ingiustizia, del capro espiatorio e del carnefice, del possibile e del probabile, della ricerca di verità e delle menzogne, della lotta e della malattia, della vita e della morte, dell’uguaglianza e del sopruso, della lealtà e della fedeltà, del senso dello Stato e della ragion di Stato, dello stato di diritto e della disuguaglianza, del privilegio, del dolore, dell’intelligenza, della testardaggine.

A mio parere, sarebbe sbagliato vedere il film di Gianni Amelio ricercando i riferimenti precisi alla cronaca o alla storia perché è una pellicola che ricerca un senso poetico della vicenda e non un senso storico. Non racconta la realtà, ma ricerca una verità… che, in ultima istanza, viene lasciata al ragionamento dello spettatore, cioè non offre una risposta preconfezionata, ma lascia che ciascuno si dia la propria risposta. Infatti, il film non parla del Craxi storico o del suo cammino politico, ma racconta il tramonto di un uomo di potere, costruisce una vicenda quasi onirica, di poesia politica, di poesia umana, di crollo del potere e del cammino interiore di un uomo, che potrebbe anche non essere Craxi, malgrado i riferimenti biografici. Potrebbe essere Napoleone o Garibaldi o Cavour. Semplicemente, Amelio s’ispira al leader socialista, ma non in senso cronachistico perché lo reinventa secondo una personale visione poetica. Dalla spiaggia, nei giorni in cui il cielo è limpido, lungo la linea dell’orizzonte del mare, si vede l’Italia.

Insomma, chi cerca la corrispondenza tra la pellicola e la realtà dei fatti finisce per non cogliere il senso del film e di non comprendere che si tratta semplicemente d’un film d’autore, capace di andare oltre la biografia, per indagare – invece – il mistero, il non detto, l’indicibile, l’innominato, il non vissuto, il come “aggiungere vita agli anni e non anni alla vita”.